Ho trovato stamattina, nella memoria del mio computer – meno male che c’è – tre articoletti miei, scritti dieci anni fa, in una fase evidentemente positiva della mia vita: avevo un vago ricordo di quello su Maria di Nazaret (che mi sembrava – ed era – molto innovativo), ma avevo del tutto dimenticato gli altri due.
Ebbene, forzando il mio naturale, marinaresco riserbo, li ripubblico, perché spero che possano giovare a qualcuno …
Buon Natale a tutti, ma soprattutto a tutti quelli – diciamolo – che mi vogliono bene.
Doni immateriali di Natale
(A dispetto degli idioti, dei cialtroni, dei borghesi piccoli piccoli, degli affaristi, degli opportunisti, dei carrieristi, dei professori pleonastici; dei ricercatori plagiatori, degli intellettuali bellettristi, degli uomini di potere, dei prevaricatori, dei furbi, delle veline, dei tronisti, dei praticoni, degli edonisti compiaciuti, dei relativisti assoluti, dei mafiosi, dei violenti di ogni ordine e grado … )
Una gioia grande mi assale in questa tarda mattinata del 5 gennaio 2015: se fossi un poeta lirico scriverei una limpida poesia (traducendo la gioia in musica, metri secchi e parole nuove); se fossi un diarista abituale, o uno psicologo, o un sociologo o un filosofo vedrei di individuare la genesi, le modalità e gli effetti di questa gioia; ma sono solo un professore – magari atipico – di una (già) grande Università di provincia, epperò ricorro al blog, stravolgendone forse la funzione primaria, che dovrebbe essere sociale e, certamente, non solipsistica.
Non voglio nemmeno chiedermi se non sia contaminata da autocompiacimento, e quindi da narcisismo, questa gioia: c’è; l’ho comunicata subito alla mia Rosellina, e ho una grande voglia di trasmetterla agli amici, alle persone care (che non sono poche), ma anche ai nemici (malgré moi) e perfino a chi non conosco e a chi non mi conosce: l’amore, come forma tipicamente umana di conoscenza esperita o esperibile, non è mai limitato.
Si è che ho avuto, nella stessa mattinata, per due volte di seguito, con un brevissimo intervallo di tempo tra l’una e l’altra volta, la netta, esaltante sensazione di essere riamato, ma anche stimato come uomo, prima che come intellettuale.
Come dire che due persone mi hanno dimostrato con l’attestato del loro puro ricordo, con un semplice dono, scevro da interessi venali, che non siamo soli, che il nostro impegno culturale, umano, politico, sociale, religioso che sia, non cade sempre nel vuoto: che si possono conservare nel tempo e rafforzare addirittura i sentimenti di stima, di amicizia, di solidarietà, di affetto che ci è stato concesso di esprimere, di evidenziare, di suscitare con i nostri comportamenti, con qualche tratto luminoso – tra tanto buio – della nostra vita, del nostro carattere: oltre la dura barriera, comunque, dell’incomunicabilità e … dell’ermeneutica.
Nel primo caso un amico calabrese, il dottor Carmelo Iacopino, emigrato in gioventù, con un sudato diploma di ragioniere in tasca, nel piovoso Piemonte, e divenuto un uomo autorevole e stimato nella sua città d’adozione, Vercelli, per i suoi grandi meriti professionali e per i risvolti sociali del suo impegno, mi ha fatto gli auguri di buon anno, come noi meridionali sappiamo fare, azzerando gli steccati del tempo e dello spazio (ci siamo visti dieci anni fa: io relatore a un Convegno Nazionale su Corrado Alvaro; lui e i suoi autorevoli amici calabresi, divenuti classe dirigente in quel freddo comune piemontese, promotori entusiasti del Convegno) e dichiarando di essere ancora legato al ricordo di quel lontano evento e di me che restituivo – dice –«il calore dei sentimenti eterni della sua terra». Atto, questo suo, più gratificante, invero, e commovente di un qualsiasi, anche prestigioso, premio accademico. Certo, per quanto inverosimile possa sembrare oggi in questo mondo di ladri, di cialtroni, di nani e ballerine, due uomini sulle soglie della vecchiaia, alimentano, di Natale in Natale, la reciproca stima e simpatia, scambiandosi auguri amicali e doni familiari: testimoni, invero attendibili, di un tempo, che sembra oramai definitivamente perduto, in cui, partendo dal nulla, si poteva, con la forza del proprio impegno e con l’aiuto di Dio, salire la scala sociale realizzandosi e rendendosi utili agli altri. Senza dimenticare né giammai rinnegare le comuni origini popolari (un padre emigrante, lui; un padre pescatore dello Stretto, io) e attualizzandone semmai i valori.
Nel secondo caso, la lettera dolcissima senza sdolcinature della mia carissima Maria Scarfì Cirone (che si firma ovviamente con nome e cognome, aggiungendo «di mamma Angela Rando»), poetessa di sicura e limpida voce, autrice – in Albisola sua seconda patria – di libri indimenticabili, mi comunica che un film suo e del compianto marito Pino Cirone, amatissimo in vita e in morte, sarà proiettato il 20 c. m. al Priamar, «antica fortezza savonese», sulle cui solidissime mura «il nome di Pino» brilla già «a caratteri cubitali» accanto al suo. Alla bella lettera, Maria associa una sua bellissima foto, scattata a La Spezia in occasione della presentazione del suo Libro di vetro, e il dono, davvero straordinario, di una sua lirica autografa Bet Lèmme, che è una delle più nitide rievocazioni della Notte Santa ch’io conosca: c’è la stalla / odorosa di fieno, ove posò / Maria, / avvolta d’ombra / pudica, e vi si percepisce il battito forte del cuore di Giuseppe / quando sentì, / come annunciato / dai Profeti, quel vagito. Poesia. Vera poesia. Che ci unisce, anche per imperscrutabili vie genetiche: da dieci anni, ma da sempre e per sempre.
Ho toccato stamattina – senza retorica – il cielo con un dito.
La rivoluzione cristiana di Papa Francesco
All’inizio del Terzo millennio eravamo rassegnati – noi, cristiani sessantottini, investiti dal rinnovamento giovanneo e dalle vivificanti aure del Concilio Vaticano II – all’ineluttabilità di una chiesa cattolica double face: vivificata, da un lato, come non mai, da forti fermenti evangelici (Madre Teresa), e definitivamente ingessata, dall’altro, dentro la sua bimillenaria struttura verticistica, tridentina, romana.
Si andava perdendo persino il ricordo, qua a Messina, di quella splendida stagione dei cattolici democratici (i Providenti, i Magistro, i Giunta e non pochi altri) che avevano saputo spargere semi di novità missionaria, di cultura e di carità cristiana negli aridi, piatti e cespugliosi terreni – con poche eccezioni – della cattolicità locale.
Su scala nazionale, parimenti, il cattolicesimo appariva viepiù offuscato dai maneggi politico-economici della Curia romana e della Banca Vaticana (Marcinkus), nonostante la luminosa presenza dei grandi papi del secondo Novecento. Si pensi: Giovanni Paolo II annunciava la buona novella al mondo intero, con modi nuovi, anche rudi, improntati ad autentica spiritualità, e denunciava la fallacia delle ideologie sia comuniste sia liberiste, ma trionfavano, in pratica, i cardinali Sodano e Bertone, che imponevano al popolo dei credenti la pax berlusconiana in cambio della stabilizzazione dei professori di religione, mettendo peraltro un macigno sulle aperture del Concilio e sui cosiddetti principi «non negoziabili».
Ma venne Francesco e ci restituì, sin dalla sua prima apparizione, da papa, sul balcone di San Pietro, la gioia della speranza giovannea: il linguaggio anticuriale del corpo e lo stile disadorno del saluto ai fedeli esprimevano immediatamente la forza dirompente della sua personalità e preannunciavano il suo modo radicale d’intendere e praticare l’alto ufficio a cui era stato chiamato.
Certo, in pochissimo tempo, papa Francesco ha realizzato, con semplici ma efficaci gesti, la rivoluzione cristiana, che era stata non solo nei nostri sogni giovanili ma anche nelle più alte aspettative di autentici pilastri del cattolicesimo giovanneo, quali il cardinale Carlo Maria Martini e il cardinale Gianfranco Ravasi: l’ideale diventava di nuovo, finalmente, reale.
Ciò che connota, invero, il papato di Francesco è proprio lo smantellamento progressivo delle bardature romane della millenaria Ecclesia triumphans, con la restituzione definitiva della chiesa al mondo, ai fedeli, agli uomini di buona volontà: «una chiesa povera per i poveri», secondo una sua precisa dichiarazione d’intenti, e una chiesa «ospedale di campo», che curi le ferite dell’anima, senza chiedere la carta d’identità a nessuno, secondo le intenzioni del suo divino creatore.
Accantonata ogni preoccupazione rigidamente dottrinaria, speculativa, filosofica, Francesco torna, invero, alla purezza e alla essenzialità del messaggio di Cristo, che sull’amore (e non sulla Legge) si fonda. E rivive, perciò, ancora una volta, a Roma, nel suo vicario, Gesù di Nazareth, dio misericordioso – «misericordioso» ripete spesso Francesco – dei poveri, dei peccatori, dei deboli, dei vinti (non già dei sovrani, degli eroi e dei potenti), messia di una religione che insegna a offrire l’altra guancia, ad amare tutti, anche i propri nemici.
Lui stesso, Francesco, per dare concretezza alle parole, riforma la Curia e i vertici della Banca Vaticana, abbandona i sontuosi appartamenti papali, vive come un prelato qualunque a Santa Marta, rinuncia alle croci d’oro, risponde a quelli che lo interpellano, dialoga con tutti, anche con gli atei (non devoti), consola anche le prostitute, porta scarpe grosse di contadino e viaggia in aereo con una borsa nera per gli indumenti personali e per gli oggetti utili nella vita quotidiana.
Quanto dire che noi, cristiani sessantottini, non siamo più rassegnati, che non abbiamo perso. Il papa si è fatto uomo ed ha abitato tra noi .
Maria di Nazaret tra umano e divino
In questi giorni stracolmi d’impegni e finanche di dissipazione intellettuale, mi capita di estasiarmi e/o alienarmi riascoltando Bach o rileggendo Rilke o lasciando che la mente vaghi sulle orme del divino. È questa – presumo – una sorta di compensazione all’insopportabile scadimento cui mi costringono i tempi, i luoghi e certe persone. E però, in una di queste divagazioni compensative, mi sono tornate in mente, all’improvviso, sulla scorta di una bella nota religiosa di Orazio Nastasi, alcune idee su Maria di Nazaret, madre di Gesù, che avevo elaborato ed espresso in una riunione qualche anno fa e che, preso da mille incombenze, avevo lasciato che finissero fra le cose dimenticate.
In sintesi: Tolto lo stupendo Magnificat su cui dovremo tornare, Maria parla pochissimo nei vangeli canonici; solo tre volte ci è dato di leggere/sentire le sue parole, stando almeno alla veloce indagine testuale che ho fatto l’anno scorso: nell’occasione luminosa dell’evento soprannaturale dell’Annunciazione (Luca 1, 26–38); nel caso del singolare smarrimento di Gesù dodicenne a Gerusalemme (Luca 2, 41-52) e nel corso delle famose nozze di Cana (Giovanni 2, 1-11).
Ebbene, in tutti e tre i casi Maria non appare affatto nell’atteggiamento umile nonché remissivo, ai limiti della passività, se non dell’auto-annullamento, di fronte a Dio onnipotente (al suo messaggero e a suo figlio-Dio), secondo moduli ampiamente diffusi nella credenza dei cattolici, ma – all’opposto – come una persona responsabile, libera, razionale, da sensibile paladina delle esigenze degli uomini.
Vediamo.
Nell’Annunciazione, colpisce il fatto che Maria non si pieghi subito al volere di Dio, espresso dall’angelo, ma chieda espressamente: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Solo dopo che l’angelo Gabriele le avrà spiegato come avverrà il miracolo e avrà ricordato il fatto concreto della gravidanza di Elisabetta, sterile e già vecchia, Maria, razionalmente convinta, accetterà volentieri il volere di Dio: «Ecco l’ancella del Signore, mi accada secondo la tua parola».
Negli altri due episodi, Maria appare: a) come una madre, umanissima, e sollecita che si preoccupa per il figlio («Figlio, perché ci hai fatto una cosa come questa? Ecco, tuo padre ed io ti cercavamo angosciati».) richiamandolo amorevolmente alla sua dimensione (umana) di figlio che non può ignorare i “diritti” dei suoi genitori; b) come una madre sensibilissima che si preoccupa per le esigenze “umane” dei commensali: «Non hanno più vino»), a tal punto di condizionare-piegare la volontà divina del figlio.
La conclusione che mi pare di poter trarre da questi scarni riferimenti è che Maria, nei vangeli, appare come una campionessa sublime di umanità: donna piena di grazia e di fede in Dio, certamente, ma anche creatura vigile e razionale, da un lato, nonché madre affettuosa, dall’altro, che, ricorda a Dio le esigenze e, sia pure, i limiti degli uomini. Come se volesse rendere più umano il divino: prima intermediaria, nei fatti, tra Dio e gli uomini.
Il grandioso Magnificat, su cui si è stratificata, nel tempo, una sterminata letteratura critica e filologica (che sarebbe necessario compulsare), è presumibile abbia subito, secondo la normale prassi biblica, assestamenti e ritocchi testuali, nel passaggio dalla oralità dei primi testimoni alla codificazione scritta di Luca I, 46-55, ma non c’è ragione di dubitare della sua autenticità. Sotto il velo limpidissimo dei versi che veicolano una religiosità autentica con effetti altamente poetici («L’anima mia magnifica il Signore / e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore»), si rivelano chiaramente due aspetti della personalità di Maria, degni della massima attenzione: I) la sua conoscenza del Vecchio Testamento, che dovette essere patrimonio comune dei figli d’Israele (il verso 48 rimanda a Salmi 112, 7 e 124,3; il verso 50 a Salmi 102, 13, 17; il verso 51 a Samuele 22, 28 e a Salmi 88, 11; 117,16; il verso 52 a Giobbe 5, 11; 12, 19 e a Salmi 146, 6; i versi 54 ss., a Genesi 17, 7; 18, 18; 22, 17 ss.; a Michea 7, 20 e a Salmi 17, 15); II) il suo spirito profetico: a nessuno sfugge, infatti, che le sue parole, raccolte nei versi 50-54, anticipano le beatitudini del discorso della montagna.
Maria donna, dotata di personalità-libertà e lume di ragione. Maria figlia. Maria sposa. Maria madre. Maria figlia-madre. Maria intermediaria tra Dio e gli uomini. Maria animata da spirito profetico. Maria vertice, in altri termini, della natura umana.
P.s. Se fossi meno distratto da mille impegni familiari, sociali, culturali, umanitari, e fossi un po’ più ambizioso, avrei potuto tirare fuori dal mio computer, in questi dieci anni, qualche libro, anzi alcuni libri senza meno, magari meno ovvi di quelli (numerosi e inutili) che si pubblicano, anche in questa strana città. Spero che ci pensino domani i miei nipoti.