DUE GRANDI POETESSE MESSINESI

 

 

Se si facesse uno scandaglio approfondito e quindi un attento esame dei relativi dati statici, si verificherebbe, senza dubbio, che Messina è ai primi posti, in Italia, di una virtuale classifica delle città più ricche di laureati in Lettere e/o Lingue, ma anche di associazioni culturali e di poeti.

Colpisce però, in tanto tripudio professorale-associativo-ricreativo, lo scarso o ritardato o superficiale apprezzamento dei pochi ma effettivi vertici poetici e culturali che si raggiungono, senza meno, anche sulla sponda siciliana dello Stretto,

Basti ricordare che, accanto a un considerevole numero di poetesse, rimaste tuttavia “chiuse” nei circuiti provinciali, due grandi poetesse di livello nazionale ha avuto, certamente, Messina negli ultimi decenni: Iolanda Insana e Maria Costa. Ma della prima, apprezzata su scala nazionale da numerosi critici di vaglia, è ignorato persino il nome da moltissimi suoi concittadini; allo stesso modo in cui la seconda, che comincia a guadagnare significativi consensi in Italia e all’estero, è quasi del tutto assente nei dibattiti culturali della città.

Eppure Iolanda Insana – la sua famiglia proveniva dal vicino comune di Monforte San Giorgio – ha davvero esaltato, nelle sue poesie dure, carnali, mescidate di lingua e dialetto, la condizione umana e la messinesità in tutte le sue accezioni (positive e negative): una strada o una scuola a lei intestata sarebbe poco per onorarla; forse nemmeno un monumento, in una delle piazze più ampie della città, basterebbe a ricordarne il genio.

Anche la seconda, Maria Costa si colloca, invero, ai piani alti della letteratura marinaresca, non solo in Italia. Io stesso ho evidenziato, già nell’ultimo ventennio del secolo scorso, l’originalità assoluta, a livello tematico, delle sue opere (poesie e racconti) nonché la splendida risoluzione stilistica che le connota.

Fortunatamente, la stessa è stata di recente gratificata dall’intestazione a suo nome della piazzetta di Case basse, mentre, qualche anno fa, si è pubblicata la raccolta completa delle sue poesie e dei suoi cunti in dialetto messinese, per iniziativa del “Centro Studi Maria Costa”. Ma quando otganizzeremo un convegno nazionale su Maria Costa, a Messina?

Che dire? La città dello Stretto ha tanti pregi e qualche difetto, come tutte le città, peraltro. Vi prevale, però, la mentalità piccolo borghese – diciamolo, con incrollabile amore – di chi vive appagato e contento dei confini del suo orto (se non del suo corpo), curando solo quelli che crede i suoi interessi e ignorando o disprezzando tutti gli altri.

Proprio il mondo piccolo borghese messinese (di destra, di sinistra e di centro) ha, per lungo tempo, considerato Maria più come un clown pittoresco che come un poeta tout court, convergendo, in fondo, per altra via, sulle retrograde posizioni critiche di certi intellettuali cittadini, legati a schemi e miti estetici ed ermeneutici tanto tradizionali quanto usurati, epperò incapaci di cogliere quanto di nuovo e fermentante cresce, nonostante tutto, nella società e nella letteratura.

La stessa mentalità piccolo borghese che ha, a lungo, declassato Maria Costa al rango buffonesco, svuotandone l’alto, poetico messaggio antiborghese, ha ignorato, per conservarsi nel suo torpore, l’effettiva rivoluzione culturale e linguistica operata da Iolanda Insana.

Maria Costa e Iolanda Insana sono, per converso, diventate, per me e per pochissimi altri, emblemi del rinnovamento da perseguire nella città dello Stretto, con l’apporto di associazioni, enti, centri culturali e universitari, ma senza chiudersi nei recinti paludati – e finora assenti – dell’Accademia.

Per la necessaria documentazione dei distratti, pubblichiamo una poesia di Iolanda Insana, Pupara sono, e una di Maria Costa, Colapisci.

 

 

Pupara sono

 

 

pupara sono

e faccio teatrino con due soli pupi

lei e lei

lei si chiama vita

e lei si chiama morte

la prima lei percosìdire ha i coglioni

la seconda è una fessicella

e quando avviene che compenetrazione succede

la vita muore addirittura di piacere.

Troia d’una porca

tutta incrugnata sulla vita

venni per accattare vita

come m’ha fottuto

il banditore

finta che non mi vede

bastò un rovescio di mano

e addio pane e piacere

lo stretto necessario

per campare

per non dare sazio a quella rompina

rompigliona rompiculo d’una morte

la vita se ne va

con gli occhi aperti

faccia di sticchiozuccherato

non aspettarti gioie

da minchiapassoluta

non finiremo mai di fare

sciarra amara

nessun compare ci metterà

la buona parola

tu stuti le candele

che io allumo

padella non tinge padella

ma la mia è forata

e cola vita

la vita ha profumo di vita

così dolce

che scolla i santi

dalla croce

scippa fracassa

scafazza e scrocchia

torna e vuole conto

e ragione

la morte

come le santocchie

ama dio e fotte il prossimo

la vita e la morte allato vanno

transeunti per lo stesso porticato

comincia dolcechiaro finisce amaroscuro

quanto io ho levati

non mi fare il solletico

vita bella e affatturata

non avea catene al collo

né debito di coscienza

dopo la sua porcapedàta

non sa più spendersi

con chi le pare e piace.

 

 

 

 

Colapisci

 

So matri lu chiamava: Colapisci!

sempri a mari, a mari, scura e brisci,

ciata ‘u sciroccu, zottiati sferra,

o Piscicola miu trasi ntera!

Iddu sciddicava comu anghidda

siguennu ‘u sò distinu, la sò stidda.

Annava fora, facia lagghi giri,

e Canzirri, ‘o Faru e Petri Niri.

Un ghionnu sò maistà ‘u vinni a sapiri,

e si pprisintau a iddu cù stu diri:

 

Iò sacciu chi si l’incantu da’ rivera

e di lu Faru potti la bannera,

scinni ‘o funnu a metri, passi e milia

e dimmi com’è cumposta la Sigilìa,

sè supra rocchi, massi o mammurina

e qual’è la posa di la tò Missina.

E Colapisci, figghiolu abbidienti

mpizzau ‘o funnu, rittu tempu nenti.

‘U Re facìa: chi beddu asimplari

e figghiu a Cariddi e non si nigari.

 

Sulligitu nchianau Colapisci

comu murina chi so’ canni lisci,

dicennu: “maistà ‘a bedda Missina

vessu punenti pari chi ssi ‘ncrina.

Sù tri culonni cà tenunu mpedi,

una è rutta, una è sana e l’autra cedi.

 

Ma ‘u Re tistazza ‘i gemmanisi

‘u rimannau pi’ n’autri centu stisi.

Iddu ssummau e ci dissi: Maistà

è tutta focu ‘a basi dà cità,

‘U Re ‘llampau e ‘n ‘coppu i maretta

‘i sgarru ci sfilau la vigghetta.

 

Giovi, Nettunu, dissi a vuci china,

quantu fu latra sta ributtatina.

Oh Colapisci, scinni lupu ‘i mari

e vidi si mi la poi tu truvari!

Era cumprimentu dà rigina

l’haiu a malaggurio e ruina.

 

E Colapisci, nuncenti, figghiu miu,

‘a facci sa fici ianca dù spirìu

dicennu: Maistà gran dignitari

mi raccumannu sulu ‘o Diu dù mari.

e tempu nenti fici a gira e vota

scutuliau a cuta e a lena sciota

tagghiau ‘i centru e centru a testa sutta

e si ‘ndirizzau pà culonna rutta.

 

Ciccava Colapisci ‘i tutti i lati

cu di mani russi Lazzariati,

ciccau comu potti ‘ntò funnali

ma i boddira ‘nchianavanu ‘ncanali.

‘U mari avia ‘a facci ‘i viddi ramu

e allura ‘u Re ci fici ‘stu richiamu:

Colapisci chi fai, dimurasti?

e a vint’una i cavaddi foru all’asti.

 

E Cola cecca e cecca ‘ntà lu strittu

‘st ‘aneddu fattu, ‘ntà l’anticu Agittu.

Sò matri, mischinedda ancora ‘u chiama

cà mani a janga e ‘ncori ‘na lama.

Ma Colapisci cecca e cicchirà

st’aneddu d’oru pi l’atennità.

 

Magari la Poesia spingesse certi messinesi a guardare aldilà del proprio naso.

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