Un primo procedimento da adottare per chi voglia ridurre l’impressionismo – forse inevitabile – della critica letteraria è quello di approntare dapprima una puntuale, capillare direi, descrizione del testo. Descrivere difatti un testo è, senza meno, un atto di onestà intellettuale: atto tanto più onesto quanto più la descrizione è oggettiva.
Vediamo, dunque, di seguire questo criterio, nel recensire l’ultimo romanzo di Nancy Calanna, che si presenta, immediatamente, sin dal sottotilo (Da una storia vera), come un tipico romanzo autobiografico, di un narratore interno in prima persona («Non so nemmeno io cosa scriverò»), con evidenti carature etiche, filosofiche, politiche e sociali.
Il tema portante è quello del valore della vita, appercepito e approfondito a partire dall’inatteso concepimento di un figlio/figlia da parte di una donna di quarantadue anni (la stessa narratrice-autrice), già madre di due figlie adolescenti, laureata, in carriera come educatrice, impegnata in un corso per diventare docente, scrittrice, epperò avvertito come un dilemma: «È da giorni che mi ripeto che posso ancora abortire e sentirmi nuovamente libera di pensare alla mia vita come prima. Non mi sento bene, i dubbi e le paure divorano il mio animo, mi sento fragile, mi sembra annientare la mia persona che ama essere libera e autonoma».
Su questo tema, si innestano quelli, strettamente connessi, dell’imprevedibilità della natura, della maternità (paternità) volontaria, della pillola anticoncezionale (che in Italia «è arrivata il dieci marzo del 1971»), della felicità da perseguire e della infelicità umana da rifiutare, del conforto religioso (la Madonna di Medjugorie, la Bibbia), dell’affido temporaneo e /o dell’adozione di un figlio. Pervasivo è inoltre il macrotema del senso assoluto della vita, collegato con quello dell’aborto da cui rifuggire e della lotta al suicidio assistito (e all’eutanasia).
Ma vi si accompagnano anche temi socio-politici (la disumana Sharia sulle donne mussulmane; i ritardi del sistema ospedaliero in Sicilia; le responsabilità della scuola, attardata su rigide posizioni conservatrici), nonché filosofici (Essere e Non essere), etici (il Bene e il Male), culturali (il primato della natura insidiato dal disastroso trionfo della tecnologia).
Va, peraltro, detto che questa vasta materia si arricchisce ulteriormente col ricorso a esempi concreti offerti dall’attualità e con la convocazione sulla pagina di scrittori come Brecht («Cattivi sono i tempi in cui si deve difendere l’ovvio») e Sagan («Siamo polvere di stelle»), Leonardo da Vinci, Bacone, Sciascia o di intellettuali avversi alle logiche disumanizzanti dell’attuale modello tecnologico ed edonistico, come Sammy Basso, affetto da Progeria e tuttavia felice di esistere («Ringrazio i miei genitori che mi hanno dato la vita due volte: quando mi hanno messo al mondo e quando mi hanno fatto diventare l’uomo che sono! … Ringrazio tutti gli amici … Ringrazio le persone care … Ringrazio il mio Dio, Dio di tutti, per avermi regalato l’emozione di vivere …»). Ritorna, inoltre, in momenti topici, Oriana Fallaci, di cui la narratrice-autrice è, ad un tempo, emula ed antagonista (al titolo del famoso libro di quella, Lettera a un bambino mai nato, si contrappone già il sottotitolo, Lettere a un bambino nato per sempre, di questa). Un romanzo nutrito di cultura, in effetti.
Sul piano strutturale, la Lettera della Calanna, cerca un possibile punto di fusione tra lo stile narrativo propriamente detto (con l’adozione di prolessi e analessi, atte ad accelerare la tensione narrativa) ), lo stile descrittivo (mai, però, esornativo, né tampoco bellettristico) e lo stile performativo che prevede, com’è noto, enunciati coincidenti con l’azione narrata, per autenticarne la verità («Oggi sto scrivendo così velocemente che nemmeno mi rendo conto delle parole o frasi che sto battendo»).
Vanno nella stessa direzione i frequenti excursus dalla linea centrale con il recupero di svariati personaggi che esaltano la dimensione corale del romanzo, sottraendolo a ogni possibile tentazione solipsistica: il medico «imbarazzato», Antonia («Ispettore Capo della polizia municipale»), Angela (la bambina «affetta da paralisi cerebrale», rifiutata da tutti), Fra Felice, «l’assistente» del medico, Sara («un’altra operatrice»), la signora dai «capelli neri», due donne che «avevano perso la propria figlia al nono mese», il «bimbo minuto, biondino», il «giovane scrittore», la «cara amica» che dopo molti anni riesce a concepire un figlio, «una madre [Anna], un padre [Nino], e due figlie [Clara e Alba]», Marco («volontario di un’associazione che aiuta le donne in difficoltà»), per non dire dei familiari (le due nonne, la madre, il padre, le figlie) onnipresenti.
Sul piano stilistico-linguistico, il romanzo di Nancy Calanna muove verso un andamento piano, discorsivo (con rare accelerazioni incrementate da anafore: «Stavo cambiando la mia decisione? Perché? Cosa era cambiato? Quindi vivrai?»), mediando tra le esigenze dello scritto e quelle del parlato, nonché tra le movenze della lingua italiana e del dialetto (usato con molta parsimonia): «pinseri»; «Adesso, gioia duci, devo andare»; «cori me».
Ciò posto, non resta che verificare se e come tali componenti si siano saldate in una omogenea cifra stilistica: se, in altri termini, il romanzo sia o meno un’opera compiuta.
Ebbene, dalla sola descrizione del testo – fatta con estrema oggettività – si può agevolmente arguire che le Lettere a un bambino nato per sempre colgano nel segno: Nancy Calanna, senza variare molto il registro espressivo, ma accelerando il flusso del racconto con utilissimi excursus e avvalendosi degli strumenti di una tecnica avanzatissima, sia pienamente riuscita a trasmettere il suo forte messaggio etico a tutte le donne (e a tutti gli uomini) sul valore della vita da difendere sempre e sulla difesa a oltranza della dignità umana. Certo, la spinta etico-religiosa verso l’alto non sminuisce né s’inceppa in alcun punto del libro.