Ho accettato con piacere questo invito, dato il mio istinto comunicativo-pedagogico, e ho dettato di corsa il titolo del mio intervento (“L’occhio della Sicilia. Verga, Pirandello e Camilleri”), senza pensarci molto, quasi d’istinto. Ma ora mi rendo conto che non basterebbero tre corsi annuali universitari per trattare adeguatamente un argomento tanto vasto. Forse, vale la pena di ricordare, a tal proposito, un pensiero che un mio caro collega ed amico, purtroppo scomparso, Carlo Alberto Madrignani, studioso, in ispecie, di Verga e Capuana, era solito ripetere nei convegni letterari: «Se dalla letteratura italiana contemporanea, togliete i siciliani, scompare la letteratura italiana contemporanea». E ciò, per dire della vastità del compito che mi sono dato e che ora voi ed io siamo in procinto di affrontare.
Procederò dunque velocemente, per sommi capi, ma senza troppe semplificazioni, nel tentativo di offrirvi un quadro plausibile del rapporto che lega i tre grandi siciliani, in ordine al loro modo di guardare e rappresentare la realtà, basandomi, in ispecie, sui loro testi, secondo gli ultimi sviluppi della ricerca e della critica letteraria.
Vorrei, peraltro, insistere preliminarmente, su un dato fondamentale per chi studia letteratura: l’avvertenza, cioè, che non esistono giudizi critici e valutazioni di studiosi che non siano legati al gusto, alla sensibilità, all’ideologia via via dominanti. E che, insomma, il giudizio su un autore e sulle sue opere non è mai assoluto ed eterno, bensì mutevole, variabile: i manuali di storia letteraria non sono, quindi, vangelo da seguire alla lettera (tanto meno a memoria).
Donde, la necessità impellente di aggiornamento della didattica, da un lato, e la stimolante possibilità, dall’altro – anche per lo studente opportunamente guidato –, di non ripetere pedissequamente quanto riferito dai manuali, ma di leggere attentamente il manuale e interloquire con i testi esprimendo magari un proprio punto di vista, secondo i postulati della «scuola attiva» e del «modello ermeneutico» della didattica, inaugurato a Siena da Luperini.
Noi leggiamo Dante in maniera molto diversa da come è stato letto nel Seicento, nel Settecento, nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento (fino a Benedetto Croce). Lo stesso criterio vale per Verga, che oggi, dopo il saggio su “L’artificio della regressione. Tecnica narrativa e ideologia del Verga verista”, pubblicato a Napoli, nel 1980, da Guido Baldi, non si legge più come lo leggevano Croce, Momigliano, Russo (neoidealisti), né come lo leggevano i critici marxisti, nella seconda metà del Novecento. Lo stesso Pirandello ha oggi nuova vita, dopo i fraintendimenti di Benedetto Croce, a seguito degli studi di Leonardo Sciascia (“Pirandello e Pirandellismo” del 1953; “Pirandello e la Sicilia” del 1961), di Arcangelo Leone De Castris (“Storia di Pirandello” 1989) e di Nino Borsellino (“Ritratto di Pirandello”, Bari-Roma, Laterza, 1983, rist. nel 2000; “Il dio di Pirandello: creazione e sperimentazione”, Palermo, Sellerio, 2004). Ma anche i pregiudizi che dapprima gravarono sull’opera e sulla personalità di Camilleri sono progressivamente caduti, dopo la pubblicazione dei suoi romanzi nei Meridiani Mondadori (a cura di N. Borsellino).
Partiamo dunque da Verga, evidenziando la rivoluzione letteraria (rispetto al romanzo tradizionale ottocentesco), stilistica (riassumibile nell’artificio della regressione, nell’uso dell’indiritto libero e nella scomparsa dell’autore) nonché linguistica (cioè relativa al rapporto tra lingua e dialetto), operata da quel genio assoluto che risponde al nome di Giovanni Verga. Certo, nessuno considera Verga, oggi, uno scrittore «idillico» (come voleva Croce) o men che mai «reazionario» (come volevano certi critici marxisti sessantottini – Masiello, Asor Rosa, Luperini – che si basavano su una lettura sbagliata di “Fantasticheria”, peraltro redarguiti da Giuseppe Petronio, marxista ma non estremista). Si è rivelata falsa, in ispecie, la tesi crociana sulla presunta natura romantica e autobiografica dei primi cinque romanzi e delle novelle anteriori alla «svolta» (che il filosofo definiva «conversione») veristica del 1878: Verga ebbe sempre l’occhio aperto sulla realtà e credette sempre – da progressista moderato (apprezzava, per esempio, l’impegno socio politico degli Scapigliati ma li «compiangeva» per il loro estremismo autolesionistico) – che il compito suo fosse quello di denunciarne i difetti (mai, nessun idoleggiamento dell’io nelle sue opere); trovò invece nel 1878, come si legge nella famosa lettera al Farina, il modo “impersonale” di rappresentarla, esaltando appunto il Verismo. Resta aperto il discorso critico sull’ultimo romanzo, “Dal tuo al mio”.
La materia è tanto vasta quanto affascinante: mi limito perciò a segnalare la componente scapigliata e comunque preveristica, certamente non autobiografica né vagamente romantica, di “Nedda” (del 1874), nonché, per converso, la sua matrice sociale, la sua valenza conoscitiva e la sua denuncia dei soprusi cui era soggetta Nedda e, quindi, la popolazione rurale siciliana, peraltro evidenziate dalle reazioni, perlopiù negative, dei lettori borghesi dell’epoca, che io, per primo, ho recuperato nelle recensioni giornalistiche, conservate in microfilm, presso la Biblioteca nazionale braidense. Verga anticipava, invero, con “Nedda” (opera non ancora veristica), nel 1874, la famosa “Inchiesta” di Franchetti e Sonnino sulle miserevoli condizioni di vita dei contadini siciliani. Tornerò anche, brevemente, se trovo il tempo, su “Fantasticheria”, la cui prima stesura è anteriore alla «svolta» del ’78, costituendo essa il «cartone» del “Mastro-don Gesualdo” (non dei “Malavoglia”) che io stesso ho ratificato, studiandone le varie fasi redazionali; nonché sulle transcodificazioni de “La Lupa” (dalla novella al dramma al melodramma); e sull’elaborazione linguistica del “Mastro-don Gesualdo” (a partire dal 1883) quale si evidenzia nei manoscritti (da me esaminati).
Meriterebbe, peraltro, più ampio spazio la lezione di Verga su alcuni grandi scrittori del Novecento, quali Pasolini, Gadda, Consolo, Sciascia (oltre che su Camilleri).
Passando a Pirandello, vorrei illustrare la sua geniale dimensione di scrittore «moderno antimoderno», prossimo (ma non del tutto conforme) al relativismo e al nichilismo di Nietzsche, ben aldilà delle riserve crociane, secondo linee interpretative avallate dai critici del secondo Novecento, fermandomi, in particolare sul novelliere e sulle sue novelle siciliane che io stesso ho raccolto in due volumi presso EDAS di Messina.
Last but not least, mi propongo di chiarire il nesso che lega Camilleri a Verga (sul piano linguistico: «siciliano italianizzato» o «italiano sicilianizzato») e Camilleri a Pirandello, come si evidenzia, in particolare, nella biografia romanzata di Pirandello (che si definiva «figlio cambiato», data la sua radicale diversità dal padre), pubblicata da Camilleri nel 2000, presso Rizzoli, a Milano, col titolo di “Biografia del figlio cambiato”. In questa, che è forse la più bella, anche se non la più ricca, delle biografie dell’Agrigentino, Camilleri dice di rifarsi alle notizie apprese nella sua casa di Porto Empedocle (provincia di Agrigento), dove Pirandello, amico del padre di Camilleri, era solito recarsi, nei suoi brevi ritorni ad Agrigento: Camilleri conobbe, infatti, “di persona”, da ragazzo, il famoso concittadino e ne fu sicuramente abbagliato. Circola, nel libro, il giudizio di ammirazione per il genio, ma risaltano soprattutto le riserve, su di lui, formulate già dai parenti (in epigrafe, è riportata una frase della madre di Luigi: «Quanto sarei stata più contenta, se fosse stato meno intelligente e avesse potuto vivere la vita dei viventi») che Camilleri fa proprie. Di fatto, Pirandello vi si rivela – data forse questa sua avversione (forse, un complesso) “infantile” al padre – un pessimo figlio, un pessimo fidanzato, un pessimo marito e un pessimo padre (che ripete sui figli lo stesso atteggiamento repulsivo del padre nei suoi confronti). Rispetto totale, dunque, da un lato, per l’arte somma del suo concittadino, ma rifiuto netto dell’uomo (che non sa godere delle gioie della vita), dall’altro. A me è sembrato, invero, che il suo Montalbano sia stato “costruito” in modo specularmente opposto al «figlio cambiato»: sa mangiare, amare, divertirsi ecc.: vi ho scritto sopra un saggio fortunato (altrove). Ma Camilleri è anche il primo intellettuale italiano che prende le distanze dal relativismo pirandelliano (pur riconoscendone le forti valenze stilistiche): tutti i suoi romanzi (quelli su Montalbano e quelli “storici”), nonché tutti i suoi articoli giornalistici (su «Micromega») non hanno mai conclusioni ambigue, problematiche, come quelli di Pirandello e dello stesso Sciascia: trovano sempre sulla pagina, una soddisfacente, logica conclusione. Come a dire che la verità esiste, bisogna saperla cercare e trovare. Grande.