Non viviamo, purtroppo, «nel migliore dei mondi teoricamente possibili» sognato da Leibniz. Tanto è vero che imperversa dappertutto, insieme con la violenza, l’ingiustizia, la corruzione e l’intolleranza, un oggettivo, straordinario scadimento culturale, accompagnato dal trionfo del relativismo volgare (o negativo), che vorrebbe surrogare la verità con la mutevole opinione del più forte.
Epperò, non è affatto agevole perseguire la verità possibile ed essere quantomeno testimone attendibile, non facinoroso (immune da interessi personali), di una realtà complessa, ancorché la si conosca bene. Mi ci proverò tuttavia.
Oggetto del mio intervento è la descrizione, quanto più oggettiva possibile (senza paraocchi), della realtà culturale, politica sociale di Messina e della Facoltà di Magistero, poi Facoltà di Scienze della Formazione, dell’Università di Messina, in quel lungo arco di tempo che va dagli anni Settanta del secolo scorso ai primi decenni di questo nostro secolo: tra Secondo e Terzo Millennio appunto.
La città di Messina, negli anni Settanta, sulla scia dello sviluppo innescatovi nel ventennio precedente in campo industriale dai Cantieri Navali Rodriguez (dove, nel 1956, fu varata la “Freccia del Sole”, il primo aliscafo del mondo) e dall’espansione commerciale della produzione agrumaria e delle essenze (con i Bosurgi), si registrava un notevole incremento del turismo, con la Fiera, la Rassegna cinematografica, l’«Irrera a Mare», mentre si fruiva dell’avanzamento culturale segnato dalla Libreria dell’Ospe, dall’Accademia della Scocca, dalla «brigata» degli amici di Quasimodo (Pugliatti e La Pira, in specie), vincitore del premio Nobel nel 1959. Erano gli anni eccezionali della democrazia allo stato nascente. I miei coetanei ed io abbiamo goduto di quello slancio propulsivo. Ci fu pure, all’epoca, una massiccia espansione urbanistica, che non fu accompagnata da adeguati servizi, per obiettive inadempienze dell’amministrazione comunale, perlopiù democristiana. Quanto dire che quei fenomenali anni furono caratterizzati, da un lato, dal boom edilizio e da un forte fermento socio-culturale, e, dall’altro, dalle prime grandi crisi occupazionali che colpirono l’industria e l’indotto navale, avviando un processo di involuzione politica e sociale che si accentuò nei decenni seguenti.
Dagli anni Ottanta in avanti, si avviò, infatti, nella città dello Stretto, un generale livellamento-arretramento, segnato dalla stagnazione politico-amministrativa (con una sfilza ininterrotta di sindaci democristiani e/o di centrodestra, interrotta solo dalle sindacature Providenti, Buzzanca e Genovese, poi confluito in Forza Italia), dalla crescita a dismisura delle attività terziarie (con il conseguente prevalere degli egotici, regressivi comportamenti piccoloborghesi della maggior parte della popolazione messinese). Né – bisogna ammetterlo – le forze politiche più responsabili seppero smuovere le acque, attirare i giovani, proporre alternative: si rilevarono, casomai, capaci di gestire le solite, stentate pratiche burocratiche, con qualche rara eccezione sia pure (De Pasquale, Bottari).
Un analogo precesso si registrò, con le dovute oscillazioni, nel mondo accademico dopo il rettorato illuminato di Salvatore Pugliatti (1957-1975), in cui si avviò, invero, il progressivo distacco dal modello gentiliano della Scuola e dell’Università, sotto la spinta delle contestazioni studentesche del 1968, e dello (stentato) cambiamento democratico di strutture e metodologie didattiche oramai obsolete. Fu, invero, un difficile percorso scandito da riforme passate alla storia: dalla Legge 910 del 1969 (nota come Legge Codignola), che liberalizzò l’accesso a tutte le Facoltà, previo il diploma quinquennale della scuola superiore, alla Riforma Ruberti (Legge 168 del 1989), che sancì l’Autonomia degli Atenei, alla Riforma Berlinguer-Zecchino (Legge 509 del 1999), che introdusse, tra l’altro, il criterio del 3+2 (Corso triennale e Corso biennale specialistico), alla Riforma Moratti (Legge 53 del 2003), che segnò l’esaurimento del ruolo del ricercatore a tempo indeterminato e l’avvento dell’ANVUR, alla Riforma Gelmini (Legge 240 del 2010), che ristrutturò la governance degli Atenei.
Tali riforme esercitarono sicuramente un notevole influsso anche sulla Facoltà di Magistero (poi della Formazione) dell’Università degli Studi di Messina, di cui fu, all’epoca, preside (fino al 1998) il filologo latinista Antonio Mazzarino.
A ben pensarci, la classe docente della Facoltà tra Secondo e Terzo Millennio – gli assistenti, i professori incaricati, i professori aggregati e, inseguito, i ricercatori, i professori associati e i (pochi) professori ordinari – mostrava chiari orientamenti democratici e “di sinistra” (non ricordo alcun reazionario, neo o post fascista in quel luogo, in quegli anni), con una più decisa opzione per il PCI nell’ambito dell’Istituto di Filosofia, retto, dopo Galvano Della Volpe, da Nicolao Merker (molto vicino a Mazzarino). Ma una ventata di liberalismo radicale – sia pure di radical chic – circolava nell’Istituto di Lingue a seguito della chiamata, ad opera dello stesso preside (che se ne vantava), della poetessa piemontese Maria Luisa Spaziani come professore incaricato di Lingua e Letteratura Francese: Nell’area di sinistra gravitava pure l’Istituto di Pedagogia, diretto da Giuseppe Catalfamo, antagonista di Mazzarino. Nella sinistra democratica si riconoscevano pure i giovani docenti dell’Istituto di Italianistica sin dai tempi di Calogero Colicchi, nonché i docenti dell’Istituto di Storia. Nell’aria di centro si muovevano, invece, l’Istituto di Filologia classica, diretto dal liberale Antonio Mazzarino e l’Istituto di Geografia diretto dalla prof.ssa. Di Maggio.
Cade qui opportuno sottolineare un dato oggettivo della politica culturale mazzariniana (ne discute il comunista Luigi Lombardi Satriani, Antonio Mazzarino o della fiducia, in Classico e moderno. Studi in memoria di Antonio Mazzarino, a cura di Giuseppe Rando e Maria Gabriella Adamo, Reggio Calabria, Falzea editore, 2012), alternativa, di fatto, alla gestione politico-clientelare di molte Facoltà universitarie. Lombardi Satriani ricordava spesso, divertito, la fulminea risposta del Preside Mazzarino al segretario del Partito liberale, che gli chiedeva «perché mai, nella sua Facoltà, insegnassero tanti professori comunisti»: «Sono i migliori!».
Devo dire che la valorizzazione del merito e della ricerca scientifica, come fondamento di una Università libera e democratica (in alternativa a quella baronale, familistica, clientelare, tuttavia perdurante) fosse perseguita, in quegli anni in quella Facoltà, che non era, certo, un luogo paradisiaco (se mai esistono paradisi in terra), ma nemmeno l’inferno della sottocultura, dell’ignoranza, dell’arroganza, del plagio, dell’ipocrisia. Luci e ombre, insomma. Così come a Messina, in Sicilia e in Italia.
In quel lontano, dimenticato o misconosciuto contesto, io stesso (laureato in Lettere classiche nella Facoltà di Lettere e Filosofia) sono vissuto per più di quarant’anni, insegnando Letteratura Italiana, da professore associato e poi da professore ordinario, svolgendo un’intensa attività didattica e di ricerca, pubblicando i miei saggi «innovativi» e stabilendo contatti di stima e di amicizia con gli studenti volenterosi e con non pochi colleghi locali e continentali. Non faccio, quindi, fatica alcuna ad essere equanime e sereno: non ho risentimenti né conservo rancore per alcuno. Semmai, nel tratteggiare i punti salienti, i fatti più clamorosi e i personaggi più significativi di quel «piccolo mondo antico», mi devo guardare da cedimenti sentimentali.
In effetti, nel ventennio degli anni Settanta e Ottanta, quanto meno, perdurava nel Magistero di Messina, un rapporto, decisamente empatico, tra docenti e studenti (che non ho più trovato altrove), là dove gli stessi rapporti tra docenti travalicavano i limiti delle singole “squadre” di provenienza: filosofi e letterati comunicavamo amichevolmente e con intenti, persino, di scambievole solidarietà.
Da storicista convinto, sono peraltro consapevole del rapporto indefettibile esistente tra la persona – ogni persona – e il suo contesto: nella fattispecie tra Maria Gabriella Adamo, che oggi ricordiamo, e il contesto della Facoltà di Magistero, poi della Formazione, che ci accomunò. Direi, anzi, senza forzatura alcuna, che Maria Gabriella illustra pienamente i valori umani e gli obiettivi scientifici di quell’eccezionale gruppo di studiosi che operò in quell’irripetibile contesto: vale, però, la pena di segnalarne, intanto, i più ragguardevoli protagonisti.
E va detto, senza iattanza, che la Facoltà di Magistero seppe avvalersi, soprattutto in quel ventennio, come poche altre forse, di docenti di altissimo rilievo nazionale e internazionale. Basti pensare agli allievi di Galvano Della Volpe (Mario Rossi, Nicolao Merker, Lia Formigari, Italo Cubbeddu fino a Carmelo Romeo), a storici come Paolo Alatri, Orazio Cancila, Franco Benigno, Salvatore Tramontana, Guido Pescosolido, a filologi come Emilio Vuolo, a professori di lingue come Ute Schwab, Ignazio Ambrogio, Pietro Zveteremich, Maria Luisa Spaziani, a italianisti come Calogero Colicchi, Gino Raya, Vincenzo Paladino, e ad antropologi come Luigi Lombardi Satriani, per non dire dell’arcinoto latinista Antonio Mazzarino. Di fronte a tanta sapienza, eventuali, deprecabili sbavature – che ci furono, contano meno.
Era, invero, un milieu culturale che, più o meno organicamente e pur senza programmi comuni, coltivava il nesso inscindibile di Filologia (cioè della realtà indelebile del testo) e Storia: i giovani studiosi dell’epoca non potevano non respirarne le stimolanti aure salvifiche.
Tra questi giovani studiosi brillava di un suo discreto nitore Maria Gabriella Adamo, calabrese di Villa S. Giovanni, che si segnalava in primis per la sua estrema discrezione, molto prossima, in apparenza, alla timidezza: non sembrava in effetti investita dal fuoco della Contestazione né dai suoi sviluppi legalitari e progressisti. Ma non manifestava nemmeno alcuna indulgenza per i poteri forti e per arcaiche convenzioni sociali. Sembrava, invero, galleggiare sulle acque tumultuose del tempo, con lo stesso disincanto di un lavoratore costretto ad attraversare ogni giorno le acque dello Stretto.
I suoi amici capivano, in effetti, che aveva una vita interiore molto profonda, per lo più celata, e che, nonostante il suo aspetto angelicato, sembrava spinta da una molla potente all’affermazione di sé attraverso i suoi studi sulla sinonimia.
Quella sua profonda vita interiore trovò la giusta canalizzazione nell’attività poetica, laddove il suo maggiore impegno di ricerca si volse allo studio della Sinonimia.
Ora, di Maria Gabriella Adamo sono noti a tutti gli amici il garbo, la bellezza, la dolcezza infinita dei tratti, la sensibilità contagiosa, i sorrisi delicati, la garbata vena ironica, e l’impeccabile attività scientifico-didattica, ma il suo Giardino di là del mare Poesie e racconti, uscito postumo nel 2022, a cura di René Corona,[1] mirabilmente completa e arricchisce, per via di sorprendenti epifanie poetiche, il ritratto umano e artistico della studiosa calabro-sicula.
Si tratta, invero, di un autentico canzoniere, più che di una raccolta di rime e prose sparse, cioè di un’opera organica che riflette le molteplici sfaccettature – anche quelle meno appariscenti – della personalità di Maria Gabriella Adamo, talché gli amici stessi, leggendo, la ritrovano intera sulla pagina, ma con qualche fascinoso tratto in più. E, d’altra parte, le liriche si offrono, limpidissime, senza alcun bisogno di filtri speciali, al lettore, che ne percepisce, d’abord, la ricchezza tematica, cogliendone immediatamente i nitidi riflessi stilistici.
Si è che la poesia dell’Adamo, nata, chiaramente, nel solco della migliore tradizione postermetica – quella dell’ultimo Montale, della Spaziani dell’esistenzialista Bonnefoy – e illuminata dalla lezione dei Baudelaire, Gerard De Nerval, Garcia Lorca e di tanti altri classici dell’Otto-Novecento,[2] tende, senza remore, alla leggibilità, pur conservando una sua inconfondibile curvatura poetica, persistente anche nei racconti.
Per non dire del taglio, quasi giocoso, di alcuni componimenti che si risolvono in nude elencazioni di nomi (perlopiù neologismi o storpiature o italianizzazioni del dialetto calabrese), di verbi, di aggettivi, a fini decisamente irrisori o derisori (evidenti soprattutto nella sezione Regressioni): potrebbe essere, anche questa, una «festa delle parole», di cui ha detto acutamente la Giaveri nella Postfazione.[3]
La poesia di Adamo non disdegna, in effetti, gli oggetti, le cose, anche più umili («un nuovo rossetto»), e nasce, di norma, da esperienze concrete, quotidiane, subito trasposte su altri piani, anche simbolici, tramite leggeri movimenti di stile, come l’enjambement di un trisillabo destinato a diventare, esso stesso, un verso intero, come in Sfantasiare 1:[4]
Anche se non ci sei
la sera
preparo la solita minestrina
e mantengo il rituale
del leggero decaf
notturno
Donde, la forte componente descrittivo-documentaria della sua poesia, preponderante, in ispecie, nella sezione Stretto d’acqua, bilicata sul rapporto spazio-temporale tra le due sponde dello Stretto e sull’antitesi di presenza-assenza (e/o di ieri-oggi), con una serie di implicazioni socio-politiche. Si pensi a Ritorni («La mia terra / è terra / di vita e di morte/ di verdi colline terrazzate / e di radici scure / che affondano in faglie incandescenti // […] È terra aspra / fata di odori ossa e sangue / terra madre / che sempre accoglie / e consuma / chi ritorna a cercare / il suo ventre profondo di millenni»),[5] dove la Calabria assume connotazioni ultra quasimodiane, e a Uccelli d’acqua,[6] che recupera stilemi e temi darrighiani:
Uccelli d’acqua – dice il cariddoto –
guizzano arcuandosi in un volo breve
il tempo di scoprire
quell’altro mondo
fatto d’aria e fuoco
e traversare in un sussulto solo
il sottile orlo
di madreperlati flutti ruffiani
che separa la vita dalla morte
Divinità di mondi rovesciati
con reti e traffinera il cariddoto
celebra stagionali sacrifici
solcando ostinato
lo stretto confine
fra terra e terra
e s’incantesima
dentro piùdentro
dove il mare è mare
Ma la vista dello Stretto innesca, in ispecie, il recupero di dati – anche minori – dell’infanzia del poeta, che vengono riproposti, con grazia impareggiabile, in versi di fragrante nitore: «Odori amorosi di forno / di zucchero e mandorle / Odori grevi di bimbi / arruffati dal gioco / di gatti spauriti / in teneri nidi/ (Villa d’altrove)».[7]
Ma il ricordo dei giochi infantili – oramai impossibili – veicola anche sentimenti di malcelata tristezza: «E allora spezzati gli incanti / arretra il passato / Disfatta la quotidianità familiare / […] Non si muore più per gioco / giocando agli indiani / resta impallinato chi sale / sull’albero del gelsomino / all’inizio dell’estate / […] Ora quel poco di tempo / bisogna conservarlo / i codici quasi perduti / fra poco più nessuno / li saprà riconoscere /[…]».[8]
E capita che l’amabile poeta dello Stretto, nel rievocare i due antitetici punti di vista da cui ha potuto ammirare, dalla Calabria (Bagnara e Villa S. Giovanni), il tramonto del sole sul Tirreno e, dalla Sicilia (Messina), il sorgere del sole dai monti della Calabria, colga e fissi à jamais sulla pagina colori e forme di insolita precisione e bellezza: «il sole che a sera / ricadeva sul mare / […] Sole d’arancio / sole rovesciato / Sole ruotante / oltre lo specchio d’acqua / […] Ancora non sapevo / che ad un altro approdo / ne avrei visto l’inverso / la faccia sbiancata radiante / che lenta all’alba sale / sopra l’opposta riva».
La stessa allure affettiva, sentimentale di cittadina bipolide dello Stretto ritorna (con immutata grazia stilistica) in liriche trasognate come Casa di Messina («Mi accolsero danzanti fioriture / di bianchi gelsomini d’autunno / e di buganvillee dal cuore di viola / Sospinte dallo stesso vento di Scirocco/ […] E il Giardino di là del mare / divenne approdo / E su radici profonde / si innalzò la mia casa»)[9], e come Orologio del Duomo («Solo il frullio d’ali di sparsi piccioni segna / il passare di quei cinque minuti / ritagliati in un tempo di millenni / rappreso nel teatrino quotidiano / di un campanile / rappreso in una scena di teatro / dalle infinite repliche quotidiane»).[10]
L’incanto delle due sponde si vela tuttavia di malinconia non appena l’Adamo ritesse i miti del passato, confrontandoli con l’amaro presente: «Giardini di mare inabissati / giacciono sul fondo dello Stretto / incessantemente fluttuano / disancorate radici / […]» (Giardini di mare).[11] Allo stesso modo, lo sguardo di Morgana, resta «perduto a fissare», dagli «estremi fondali» in cui la fata stessa giace, «le morte città / d’oltre il mare /»: Reggio e Messina (Treccia di Maga Morgana).[12] Nessuna indulgenza, ad ogni modo, ai cliché campanilistici e /o consolatori di ogni facile memorialismo (e di certo vieto meridionalismo): piuttosto la coraggiosa denuncia dello sfacelo incombente: «Gabbiani neri / ricadono / su un mare che non respira / strisciano / verso spiagge incenerite / […] Sopra un mare che muore / stridono canti mozzi di Sirene /».
Vi è invero sottesa, la proposta di un umanesimo integrale che circola anche in componimenti di più chiara impronta politica, emblematici del radicamento del poeta di Villa San Giovanni nella realtà più amara del suo tempo: in Andare ancora al cuore delle ferite (Assia Djebar), una «contadina di Palestina», dolente immagine del suo popolo, abbraccia «come una mater dolorosa / il magro albero di ulivo / […] che ha donato / alla sua gente / ombra olio e fede / per cento e mille anni»;[13] un «canarino zoppino» si fa tenera, dolentissima metafora della violenza patita dai messinesi a causa del bombardamento del ’43, ne Il canarino del ’43;[14]sull’onda di un ritmo franto, singhiozzante «un bambino / diviene / legno secco / croce viva», forse nella Siria del 2013 (Berceuse per un bambino).[15]
Certo, al piacere della rappresentazione si accompagna, di norma, un’attitudine meditativa e introspettiva dell’io poetante, che pare costituire lo specifico psicologico dell’Adamo nonché il fomite primo della cifra stilistica di molti suoi pensosi componimenti.
Pervasivo è, invero, nel canzoniere, il tema della memoria, della ricerca e della difesa delle radici contro l’imperversare del tempo e della modernità. La sezione La Memoria è la più linda, invero, del canzoniere: volti di persone care, lumeggiate da particolari incisivi dentro atmosfere di sogno (Per Valeria Solesin, Angelus novus, Gaia, Per Enrica,); compianto delle «anime d’antan» che «si son disperse fra gerani e fresie» (La casa morta) e auspicio di eterno riposo per «quelli che un tempo / ci cullavano in nidi di piume» (Preghiera).
Il recupero del passato costituisce, peraltro, il nucleo tematico della sezione Le madri, in cui trovano originale espressione poetica i nobili affetti familiari: persino il tepore del corpo della madre un giorno prima del trapasso («Il giorno prima / attimi di dolcezza / sprofondavano / nei nostri animi / Bianca e luminosa / tu eri distesa accanto a me / il tuo corpo di cui il mio corpo / era fatto della stessa sostanza / mi passava tepore»),[16]ma anche la riapparizione della «piccola nonna centenaria» nei «piccoli occhi / senza ciglia» di «una sconosciuta / piccola vecchia»,[17]e il compianto per la morte della zia Melina che era «il corpo / della Madre-Casa / […] nel tempo presente/ e come tanto prima / il Padre e la Madre».[18]
Quanto dire che la poesia non fu, per Maria Gabriella Adamo solo un suadente recupero memoriale di eventi e persone della sua vita, né solo un coraggioso contributo alla conoscenza della sua terra, né tampoco un elegante, ironico trastullo letterario: fu soprattutto ricerca di sé e del senso vero della vita.
Ricerca pienamente conseguita, bisogna riconoscere, dacché con la poesia e nella poesia Maria Gabriella – i colleghi la chiamavano Gabriellina – si è pienamente realizzata: vive, ora, e vivrà sempre, nel Giardino di là del mare, ben oltre gli angusti confini spazio-temporali di una, pure garbatissima, studiosa calabro-sicula.
Mentre insegnava e continuava a comporre le sue poesie, poi raccolte da Renè Corona nel Giardino di là del mare, Maria Gabriella Adamo curava, nel 2012, insieme a chi scrive e a tre solerti colleghi dell’epoca mazzariniana (Condorelli, Lo Giudice e Giovanni Lombardo) la pubblicazione, presso Falzea Editore di Reggio Calabria, del corposo (768 pagine), ricco volume di Classico e moderno. Studi in memoria di Antonio Mazzarino, unico, degno – dissero spassionati recensori – ricordo offerto all’insigne filologo nonché «preside per antonomasia» (più di dieci anni dopo del suo trapasso, avvenuto nell’aprile del 1999), nell’Università di Messina, che paradossalmente non aveva mancato di lesinare pubblici, solenni encomi a studiosi che meno o punto l’avevano onorata.
È storia, ormai risaputa che vale a stento a pena di ricordare. Antonio Mazzarino e la Facoltà di Magistero, sua «creatura», si erano invero scontrati con due formidabili avversari, nella Messina provinciale e democristiana: la diceria piccoloborghese secondo cui il Magistero (benché ricco di professori di serie A) sarebbe stato una Facoltà di serie D, dacché accoglieva i diplomati dell’Istituto Magistrale ( considerato, a sua volta, di serie F) e – come si diceva allora – l’opposizione rancorosa di un potente del mondo accademico. Da qui, l’assurda “dimenticanza” della nobile Università di Messina, a cui hanno, per la verità, cercato di porre riparo, tredici anni dopo, Maria Gabriella Adamo e alcuni studiosi che avevano, come tutti, i limiti della condizione umana, ma non erano né provinciali né rancorosi. Dopo, in verità, le deluge.
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[1] Si rinvia a Maria Gabriella ADAMO, Il giardino di là del mare, a cura di René Corona, L’Harmattan-Aga, Alberobello, Bari 2022.
[2] R. CORONA, Presentazione, in M. G. ADAMO, op. cit., p. 10, ritiene giustamente che la lista dei maestri «sarebbe davvero lunga».
[3]Marina GIAVERI, Postfazione, in M. G. ADAMO, op. cit., p. 194.
[4] Ivi, p. 17.
[5] Ivi., p. 70.
[6] Ivi, p. 75.
[7] Ivi, p. 71.
[8] Ivi, p.56
[9] Ivi, p.94
[10] Ivi, pp. 96-97.
[11] Ivi, p. 63.
[12] Ibi, p. 64.
[13] Ivi, p. 91.
[14] Ivi, pp. 108-111.
[15] Ivi, pp. 126-127.
[16] A mia madre, ivi, p.74.
[17] Ivi, p. 77.
[18] Ivi, p. 93.