Nella caldissima serata di ieri, ho tenuto a Reggio Calabria, nella Biblioteca Villetta “P. De Nava”, davanti a un pubblico tuttavia interessato e partecipe, un’accaldata (e però faticosa) relazione su Corrado Alvaro narratore tra denuncia e profezia, richiestami dalla Dottoressa Loreley Rosita Borruto, presidente del CIS della Calabria.

Nella sudaticcia scaletta approntata qualche giorno prima, avevo indicato tre punti su cui desideravo fermarmi: 1) il realismo eidetico (conoscitivo) di Alvaro narratore e il rapporto città-campagna nei romanzi degli anni Venti; 2) i romanzi degli anni Trenta, e segnatamente L’uomo è forte del 1938 (!), dove si registra la prima denuncia della fallimentare statolatria comunista da parte di un intellettuale europeo liberalsocialista di formazione cattolica (ma cristiano di fatto), mentre vi si svelano, per la prima volta, sette anni prima della Fattoria degli animali e dieci anni prima di 1984 di George Orwell, gli effetti disumanizzanti del controllo statale sui sudditi, da parte del potere autocratico; 3) i romanzi postbellici e, in particolare, Vent’anni, l’unico completato e pubblicato da Alvaro, ne1946, nonché Tutto è accaduto, completato ma non rifinito dall’autore nel 1944-45, e pubblicato da Frateili nel 1961, e Belmoro, redatto tra il 1952-53 ma rimasto incompleto e pubblicato dallo stesso Frateili nel 1961: necessitano, intanto, questo e quello, di una nuova edizione critica.

Mi proponevo invero di sottolineare cursoriamente, nelle suddette opere dell’«ultimo Alvaro», la critica (nell’Italia bigotta del 1946!) della pedofilia clericale, quale campeggia ne L’età breve, nonché la prima, definitiva condanna del fascismo in Tutto è accaduto (dove si appalesa, tra ironia e sarcasmo, il masochismo della borghesia e di vasti strati del popolo soggiogato dal «gran personaggio» – Mussolini, cioè Lamazza nel romanzo –, e dal narcisismo maschilistico dello stesso, che avrebbe riconosciuto come suoi solo i figli maschi delle sue amanti), ma soprattutto mi proponevo di dare spazio alla critica pre pasoliniana della modernità scristianizzata e ipertecnologica (emblematizzata, in Belmoro, dalla persecuzione razzistica dei poveri e degli infelici, nonché dal rifiuto dell’amore, dell’arte e del bello).

Il mio intento era, in altri termini, quello di evidenziare la grandezza effettiva e l’assoluta primazìa culturale di Corrado Alvaro, che anticipò di fatto, con la sua vasta e complessa opera, temi e forme fondamentali della narrativa contemporanea: un gigante della letteratura (non ancora compreso da tutti). Prosit (nonostante il caldo e la stanchezza).

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