Ho trovato stamattina, nella memoria del mio computer – meno male che c’è – due articoletti miei, scritti dieci – dieci! – anni fa: avevo un vago ricordo di quello su Maria di Nazaret (che mi sembrava ed era molto innovativo), ma avevo del tutto dimenticato l’altro, su Papa Francesco, che è pure molto attuale.
Ebbene, forzando il mio naturale, marinaresco riserbo, li ripubblico, perché spero che possano giovare a qualcuno …
- Maria di Nazaret tra umano e divino
In questi giorni stracolmi d’impegni e finanche di dissipazione intellettuale, mi capita di estasiarmi e/o alienarmi riascoltando Bach o rileggendo Rilke o lasciando che la mente vaghi sulle orme del divino. È questa – presumo – una sorta di compensazione all’insopportabile scadimento cui mi costringono i tempi, i luoghi e certe persone. E però, in una di queste divagazioni compensative, mi sono tornate in mente, all’improvviso, sulla scorta di una bella nota religiosa di Orazio Nastasi, alcune idee su Maria di Nazaret, madre di Gesù, che avevo elaborato ed espresso in una riunione qualche anno fa e che, preso da mille incombenze, avevo lasciato che finissero fra le cose dimenticate.
In sintesi: tolto lo stupendo Magnificat su cui torneremo più avanti, Maria parla pochissimo nei vangeli canonici; solo tre volte ci è dato di leggere/sentire le sue parole, stando almeno alla veloce indagine testuale che ho fatto l’anno scorso: nell’occasione luminosa dell’evento soprannaturale dell’Annunciazione (Luca 1, 26–38); nel caso del singolare smarrimento di Gesù dodicenne a Gerusalemme (Luca 2, 41-52) e nel corso delle famose nozze di Cana (Giovanni 2, 1-11).
Ebbene, in tutti e tre i casi Maria non appare affatto nell’atteggiamento umile nonché remissivo, ai limiti della passività, se non dell’auto-annullamento, di fronte a Dio onnipotente (al suo messaggero e a suo figlio-Dio), secondo moduli ampiamente diffusi nella credenza dei cattolici, ma – all’opposto – come una persona responsabile, libera, razionale, sensibile paladina delle esigenze degli uomini.
Vediamo.
Nell’Annunciazione, colpisce il fatto che Maria non si pieghi subito al volere di Dio, espresso dall’angelo, ma chieda espressamente: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Solo dopo che l’angelo Gabriele le avrà spiegato come avverrà il miracolo e avrà ricordato il fatto concreto della gravidanza di Elisabetta, sterile e già vecchia, Maria, razionalmente convinta, accetterà volentieri il volere di Dio: «Ecco l’ancella del Signore, mi accada secondo la tua parola».
Negli altri due episodi, Maria appare: a) come una madre, umanissima e sollecita, che si preoccupa per il figlio («Figlio, perché ci hai fatto una cosa come questa? Ecco, tuo padre ed io ti cercavamo angosciati».) richiamandolo amorevolmente alla sua dimensione (umana) di figlio che non può ignorare i “diritti” dei suoi genitori; b) come una madre sensibilissima che si preoccupa per le esigenze “umane” dei commensali: «Non hanno più vino»), a tal punto di condizionare-piegare la volontà divina del figlio.
La conclusione che mi pare di poter trarre da questi scarni riferimenti è che Maria, nei vangeli, appare come una campionessa sublime di umanità: donna piena di grazia e di fede in Dio, certamente, ma anche creatura vigile e razionale, da un lato, nonché madre affettuosa, dall’altro, che, ricorda a Dio le esigenze e, sia pure, i limiti degli uomini. Come se volesse rendere più umano il divino: prima intermediaria, nei fatti, tra Dio e gli uomini.
Il grandioso Magnificat, poi, su cui si è stratificata, nel tempo, una sterminata letteratura critica e filologica (da riprendere, in altra sede), è presumibile abbia subito, secondo la normale prassi biblica, assestamenti e ritocchi testuali, nel passaggio dalla oralità dei primi testimoni alla codificazione scritta di Luca I, 46-55, ma non c’è ragione di dubitare della sua autenticità. Sotto il velo limpidissimo dei versi che veicolano una religiosità autentica con effetti altamente poetici («L’anima mia magnifica il Signore / e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore»), si rivelano chiaramente due aspetti della personalità di Maria, degni della massima attenzione: I) la sua conoscenza del Vecchio Testamento, che dovette essere patrimonio comune dei figli d’Israele (il verso 48 rimanda a Salmi 112, 7 e 124,3; il verso 50 a Salmi 102, 13, 17; il verso 51 a Samuele 22, 28 e a Salmi 88, 11; 117,16; il verso 52 a Giobbe 5, 11; 12, 19 e a Salmi 146, 6; i versi 54 ss., a Genesi 17, 7; 18, 18; 22, 17 ss.; a Michea 7, 20 e a Salmi 17, 15); II) il suo spirito profetico: a nessuno sfugge, infatti, che le sue parole, raccolte nei versi 50-54, anticipano le beatitudini del discorso della montagna.
Maria donna, dotata di personalità-libertà e lume di ragione. Maria figlia. Maria sposa. Maria madre. Maria figlia-madre. Maria intermediaria tra Dio e gli uomini. Maria animata da spirito profetico. Maria vertice, in altri termini, della natura umana.
- La rivoluzione cristiana di Papa Francesco
All’inizio del Terzo millennio eravamo rassegnati – noi, cristiani sessantottini, investiti dal rinnovamento giovanneo e dalle vivificanti aure del Concilio Vaticano II – all’ineluttabilità di una chiesa cattolica double face: vivificata, da un lato, come non mai, da forti fermenti evangelici (Madre Teresa), e definitivamente ingessata, dall’altro, dentro la sua bimillenaria struttura verticistica, tridentina, romana.
Si andava perdendo persino il ricordo, qua a Messina, di quella splendida stagione dei cattolici democratici (i Providenti, i Magistro, i Giunta e non pochi altri) che avevano saputo spargere semi di novità missionaria, di cultura e di carità cristiana negli aridi, piatti e cespugliosi terreni – con poche eccezioni – della cattolicità locale.
Su scala nazionale, parimenti, il cattolicesimo appariva viepiù offuscato dai maneggi politico-economici della Curia romana e della Banca Vaticana (Marcinkus), nonostante la luminosa presenza dei grandi papi del secondo Novecento. Si pensi: Giovanni Paolo II annunciava la buona novella al mondo intero, con modi nuovi, anche rudi, improntati ad autentica spiritualità, e denunciava la fallacia delle ideologie sia comuniste sia liberiste, ma trionfavano, in pratica, i cardinali Sodano e Bertone, che imponevano al popolo dei credenti la pax berlusconiana in cambio della stabilizzazione dei professori di religione, mettendo peraltro un macigno sulle aperture del Concilio e sui cosiddetti principi «non negoziabili».
Ma venne Francesco e ci restituì, sin dalla sua prima apparizione, da papa, sul balcone di San Pietro, la gioia della speranza giovannea: il linguaggio anticuriale del corpo e lo stile disadorno del saluto ai fedeli esprimevano immediatamente la forza dirompente della sua personalità e preannunciavano il suo modo radicale d’intendere e praticare l’alto ufficio a cui era stato chiamato.
Certo, in pochissimo tempo, papa Francesco ha realizzato, con semplici ma efficaci gesti, la rivoluzione cristiana, che era stata non solo nei nostri sogni giovanili ma anche nelle più alte aspettative di autentici pilastri del cattolicesimo giovanneo, quali il cardinale Carlo Maria Martini e il cardinale Gianfranco Ravasi: l’ideale diventava di nuovo, finalmente, reale.
Ciò che connota, invero, il papato di Francesco è proprio lo smantellamento progressivo delle bardature romane della millenaria Ecclesia triumphans, con la restituzione definitiva della chiesa al mondo, ai fedeli, agli uomini di buona volontà: «una chiesa povera per i poveri», secondo una sua precisa dichiarazione d’intenti, e una chiesa «ospedale di campo», che curi le ferite dell’anima, senza chiedere la carta d’identità a nessuno, secondo le intenzioni del suo divino creatore.
Accantonata ogni preoccupazione rigidamente dottrinaria, speculativa, filosofica, Francesco torna, invero, alla purezza e alla essenzialità del messaggio di Cristo, che sull’amore (e non sulla Legge) si fonda. E rivive, perciò, ancora una volta, a Roma, nel suo vicario, Gesù di Nazareth, dio misericordioso – «misericordioso» ripete spesso Francesco – dei poveri, dei peccatori, dei deboli, dei vinti (non già dei sovrani, degli eroi e dei potenti), messia di una religione che insegna a offrire l’altra guancia, ad amare tutti, anche i propri nemici.
Lui stesso, Francesco, per dare concretezza alle parole, riforma la Curia e i vertici della Banca Vaticana, abbandona i sontuosi appartamenti papali, vive come un prelato qualunque a Santa Marta, rinuncia alle croci d’oro, risponde a quelli che lo interpellano, dialoga con tutti, anche con gli atei (non devoti), consola anche le prostitute, porta scarpe grosse di contadino e viaggia in aereo con una borsa nera per gli indumenti personali e per gli oggetti utili nella vita quotidiana.
Quanto dire che noi, cristiani sessantottini, non siamo più rassegnati, non abbiamo perso. Il papa si è fatto uomo ed ha abitato tra noi.
- s. Lasciatemi dire che, se fossi meno distratto da mille impegni familiari, sociali, culturali, umanitari, e fossi un po’ più ambizioso, potrei tirare fuori dal mio computer qualche libro, anzi alcuni libri senza meno, magari meno ovvi di quelli (numerosi e inutili) che si pubblicano, anche in questa strana città. Spero che ci pensino domani i miei nipoti.