Prendo le mosse da una mia nota su Trump, pubblicata qualche giorno fa su Facebook e positivamente accolta dai miei interlocutori (tolto l’innocuo fraintendimento – presto chiarito – di un amico), per fare una veloce incursione nel vasto territorio dell’informazione corretta, documentata e, in ispecie, del giornalismo.

È forse inutile ch’io dichiari preliminarmente il mio relativismo «positivo» (cioè costruttivo, mirato alla ricerca della verità possibile) e non già «radicale» o «triviale» (che si fonda sulla nichilistica convinzione dell’inesistenza della verità): certo, nessuno possiede la verità assoluta, a meno che non sia Gesù di Nazareth, l’unico uomo (Dio, per i cristiani, quorum ego) che abbia mai dichiarato, nella lunga storia dell’umanità, di essere la verità (Giovanni 14,6: «Io sono la via, la verità e la vita»). Ma non c’è, altresì, dubbio che esistano, per i comuni mortali, molte verità da raggiungere, con fatica, tramite il confronto, il dialogo e la ricerca storica o filologica: la democrazia come forma di governo opposta alla dittatura è, per esempio, una verità inderogabile.

Tale verità dovrebbe trasmettere la scuola agli studenti (e la famiglia ai figli), i quali si nutrono spesso del relativismo assoluto, imposto dalla cultura dominante (che li vuole consumatori ciechi, ignoranti e acritici di beni superflui), e fanno magari raccolta di cimeli mussoliniani, ignorando i fatti, i protagonisti e le conquiste oggettive dell’Italia democratica.

La conoscenza della verità possibile presuppone, peraltro, il superamento di molte errate convenzioni (familiari, ambientali, locali, culturali) e di ogni sterile individualismo (centrato sul culto dell’Ego), nonché l’eliminazione o almeno la drastica riduzione dell’arroganza-ignoranza (spesso connesse) e delle passioni (anche ideologiche, ma non solo ideologiche) che offuscano, di norma, la serena, razionale conoscenza della realtà fattuale.

Non è, insomma, agevole, né tampoco automatico, il percorso individuale e/o collettivo che conduce alla verità possibile (e alla sua trasmissione giornalistica): si tratta, invero, di tematiche complesse che meriterebbero lo spazio di un trattato, ma è pure vero che, semplificando, senza banalizzare, si può dire tutto.

È tempo, dunque, di deporre ogni titubanza. Bisogna «semplificare, secondo verità», come diceva Sciascia. E forse non sbaglia nemmeno quel mio amico anarchico, secondo cui «le persone veramente intelligenti semplificano, laddove gli altri complicano».

 

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In quella nota esprimevo, dunque, sinteticamente, come si deve in uno scritto giornalistico, il mio parere – che non è, né vuole essere, la verità assoluta – su Trump e la sua politica, affermando risolutamente che «Trump cerca di azzerare il Cristianesimo, l’Umanesimo, l’Illuminismo, il Socialismo, la Democrazia, cioè i pilastri della civiltà occidentale».

Scusandomi per l’autocitazione, credo, invero, di poter aggiungere che questo giudizio può essere sbagliato o parziale, e criticabile come tutti i giudizi umani, ma si fonda su fatti oggettivi (secondo il criterio fondamentale del giornalismo libero e democratico, che separa i fatti dalle opinioni): sicuramente non è viziato, come qualcuno potrebbe credere, da presupposti ideologici e/o da prospettive egotiche.

E qui dovrei fare l’elogio della mia contraddittoria condizione di intellettuale provinciale (per mia condanna o per mia fortuna), lontano, molto lontano, da ogni forma di potere e da ogni interesse personale, ma profondamente radicato nella cultura occidentale: non è, forse, tale lontananza che mi consente una visione meno settaria del “fenomeno Trump”?

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