Chiedo scusa per l’insistenza con cui ritorno, con intenti tuttavia costruttivi, su certe falle del sistema universitario in Italia, ora nuovamente denunciate dall’inchiesta “Università bandita” di Catania. Preferirei, invero, godermi, con la mia naturale discrezione, il poco o molto che ho realizzato non solo sul terreno professionale ma anche su quello familiare-esistenziale e trasmettere, nel contempo, serenità e positività a tutti quelli che mi conoscono: a questo sono, invero, più portato, come dimostra la mia vita.

Ma, evidentemente, tra gli altri istinti, mi è toccato in sorte quello del boyscout che cura di lasciare più pulito il luogo su cui si è intrattenuto più o meno a lungo. Per non dire dei miei profondi – cromosomici direi – impulsi democratici, che mi vietano ogni forma di connivenza con il sopruso e la corruzione.

Conosco ab intus, infatti, non per sentito dire, ma per averne direttamente sofferto sulla mia pelle certi esiti perversi, il sistema baronale dominante in Italia dagli anni Settanta fino ai nostri giorni, con il corredo di familismi, servilismi, favoritismi, perlopiù seguiti dallo scadimento della ricerca scientifica e quindi dal progressivo declassamento dell’Università italiana nel contesto internazionale.

Sono, insomma, convinto che, nonostante le riforme tentate, il baronaggio accademico, variamente interpretato o dissimulato, resti la causa prima dei mali che da decenni tormentano l’Università, soprattutto nel Meridione, a danno della Scienza e degli studenti, viepiù delusi e traditi, invero, nelle loro aspettative di formazione e lavoro. È da lì che deve (ri)partire, a mio modesto parere, una sana politica riformistica.

E se mi consola non poco l’orientamento positivo che pare aver preso l’Università messinese in questi recentissimi anni, non mi nascondo tuttavia, onestamente, che ancora molto resta da fare, anche dalle nostre parti.

Certo, nel corso della mia lunga carriera, mi è capitato di sperimentare, insieme con le luci, anche le non poche ombre del mondo accademico, e credo che sarebbe dannoso sprecare le esperienze fatte, senza muovere un dito contro errori clamorosi e disfunzioni oggettive.

Non si può dimenticare, anzitutto, che il reclutamento dei docenti universitari era gestito, tra prima e seconda repubblica, quantomeno nel mio settore disciplinare, da un superbarone o protobarone che dir si voglia, organico al partito di maggioranza relativa (e forse ad associazioni più o meno occulte), dietro il paravento di strabilianti «concorsi di facciata», col consenso e su mandato del potere accademico che gli girava intorno, nei modi del peggiore Consociativismo-Corporativismo. Sicché ogni barone affiliato al sistema – anche quelli, non pochi, che non avevano prodotto contributi scientifici decisivi – era in grado di portare in cattedra «il suo asino» (come diceva sardonicamente Petronio), finendo col dotare l’Università di baronelli (il conio è mio), già servallievi (il conio è pure mio) del proprio maestro-protettore, ancorché sprovvisti di un decente corredo di pubblicazioni. Né la cosa sorprende, ove si consideri che «Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del padrone» (Matteo 10, 24): poveri studenti. I pochi casi di brillanti – vivaddio – carriere di valenti e accreditati studiosi finivano – e finiscono – col coprire le falle dell’Accademia. È quasi inutile aggiungere che ancora nel 2009 «l’Università dei baroni» (si veda «Corriere della Sera», 11 feb 2009) era fieramente in sella.

Ora, a me, per fortuna (volendo), è toccato di lavorare in perfetta, deprecata solitudine intellettuale (non c’erano Maestri né Scuole stabili di Italianistica a Messina; c’era una “potente” scuola di Filologia Medievale e Umanistica, che non mi attirava per niente). Incurante, però, dell’anomalia locale, ho portato avanti – solus in horto – una complessa, promettente ricerca, col supporto di decine di maestri «cartacei» (di cui divoravo i libri e che incontravo molto raramente in qualche convegno), pubblicando, a mie spese, i primi risultati del mio lavoro.

Incoraggiato soprattutto da Giuseppe Petronio, divenni, quindi, professore associato nei primi anni Ottanta del secolo scorso. Ma, nonostante continuassi a scrivere saggi (definiti «innovativi» da illustri studiosi), che hanno persino rivoluzionato gli studi di questo o quel settore della letteratura italiana, e tentassi (su consiglio di Petronio) di «fare un passo avanti», tenendomi tuttavia lontano dalle risapute turpitudini del servaggio accademico (saggi scritti da Caio e pubblicati da Sempronio; «servizi», anche di bassa culinaria, resi dagli assistenti al maestro; veloce progressione di carriera dei servallievi più servizievoli, ecc.), sono stato tenuto ai margini del mondo universitario per più di un decennio (ne ho discusso ampiamente nel mio Resistere a Messina), a discapito non solo delle mie sacrosante aspettative, ma – mi si lasci dire – dell’Università di Messina (che andava sprofondando negli ultimi posti delle classifiche internazionali) e degli studenti delle due sponde dello Stretto (quantomeno). Non erano, evidentemente, graditi a quel sistema studiosi liberi, attivi e innovativi: meglio servallevi «asini», che perlopiù ripetevano, con altre parole (o tale quale), il già detto, perpetuando l’orrendo baronato che li aveva prodotti.

Giunsi, alla fine, con un decennio almeno di ritardo, all’ordinariato, ancorché il furto di carriera (tipica “perla” del baronaggio) che avevo patito non si annulli d’acchito e non si colmi mai, in una realtà asfittica come quella universitaria, la ridotta possibilità di incidere sulla realtà e di sostenere gli allievi meritevoli. Aspiravo infatti – sia ben chiaro – alla cattedra (di professore ordinario) non tanto per orgoglio marinaresco, quanto per essere più indipendente e dare di più agli studenti e al territorio.

Da qui, dunque, l’impellente, mai dismesso, bisogno di denunciare quel furto e, a un di presso, i misfatti similari del sistema, soprattutto per amore di giustizia e per l’impulso pedagogico di tutelare i giovani, i quali hanno diritto a una Università migliore, cioè libera da baroni e baronelli, nonché dalle loro logiche privatistiche, familistiche, clientelari, antiscientifiche, ostili, di fatto, al merito e alla trasparenza. Ma – lo confesso – talvolta temo di essere o di apparire autoreferenziale in questa città, nonostante abbia sempre cercato di dialogare (inutilmente) con i rappresentati locali dell’accademia, della politica, del sindacato.

Credo fermamente, ad ogni modo, che un intellettuale libero e democratico, benché isolato e provinciale, possa e debba contribuire al miglioramento del suo contesto, svelandone intanto le zone d’ombra (lo scandalo del reclutamento baronale, familistico, “sentimentale” dei docenti, «in primisi», e l’arretratezza culturale e scientifica degli stessi, «in secundisi»). Non sfugge infatti ad alcuno che la conoscenza della malattia (diagnosi) è propedeutica indispensabile ad ogni buona terapia: il modello europeo è, in tal senso, utilissimo, dacché nelle università europee, sono notoriamente rari i difetti che da noi sono abituali. È tuttavia presumibile che questo mio modesto contributo finirà presto, come gli altri, nel dimenticatoio o sarà addirittura contestato come egotistico e/o autocelebrativo: siamo in provincia.

Intanto, alla faccia di servallievi, di professori mediocri, di baroni e baronelli, presento oggi un altro gruppo dei libri da me pubblicati: mi auguro che tutti i miei colleghi locali e nazionali, juniores e seniores, possano pubblicare almeno la metà dei miei libri (ma che siano tutti ugualmente «innovativi»).

 

 

 

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