È, questa, la prima mattina (dopo decenni) in cui mi sento completamente libero da impegni di lavoro: un mezzo miracolo per uno stacanovista come me. Un mezzo miracolo da festeggiare: me ne andrò per i campi, senza una meta, non curandomi affatto del tempo che passa; magari raccoglierò pere coscie, mele lappeddi e olive ‘mpassuluti; poi mi sdraierò sull’erba presso un arancio e seguirò il volo degli uccelli o il gioco delle nuvole nel cielo.

Certamente, non mi annoierò: io non so – non ho mai saputo – cosa sia la noia. Anzi, visto che ci sono, faccio una promessa solenne: da oggi in poi, non mi occuperò più di recensioni, di articoli e di saggi critici, perché il tempo vola, la vecchiaia incombe e non posso più trascurare una mia antica passione letteraria che ho finora trascurato per fare il mio dovere di studioso. Prendo congedo, insomma, dal mio lavoro di critico letterario non per disamore (sono «una bestia da» … scrittura), né per saturazione, ma per inseguire un sogno.

Però, a questo punto, prima di andarmene felice per i campi, non posso esimermi dal confessare che è un motivo di orgoglio per me avere fatto ricerca scientifica («Scienziato sono», direbbe Montalbano) ad alti livelli e di avere conseguito risultati non comuni nel mio settore disciplinare: sono «lo studioso siciliano» (Stefano De Luca scripsit), unico e solo, che, con i suoi saggi «innovativi» (Idem), ha rivoluzionato, di fatto, la critica alfieriana. E si scandalizzi pure, per questa mia franchezza antiaccademica, qualche professorino imbecille, asservito alle vuote procedure accademiche: «Quello che si può provare, non è vanteria», come diceva un famoso campione mondiale americano di pugilato.

Mi sono invero scivolate sulle spalle, come pioggia a primavera, le invidie stratosferiche, le malefatte impensabili, le opposizioni furbesche di molti mediocri, soprattutto di baroni e baronelli ignoranti, che hanno frenato la mia carriera, rubandomi – a danno dell’Università di Messina e del territorio – almeno un decennio di ordinariato (rimando, per la completezza dell’informazione al mio “Resistere a Messina”, Pellegrini Editore, 2021). Forse, per chi farà domani la storia dell’Università tra prima e seconda repubblica, la mia vicenda professionale evidenzierà, come limpida cartina al tornasole, le falle enormi di un sistema sclerotico e attardato sul piano scientifico e culturale.

Voglio, perciò, sperare che la mia testimonianza (immune del tutto dal tipico egocentrismo-narcisismo accademico) valga a rafforzare il positivo rinnovamento in corso nell’Università, a vantaggio della scienza e dei giovani studiosi che verranno.

Certo, sono nato e vissuto – ahinoi! – in una bellissima ma periferica «provincia dell’Impero» (per dirla con Umberto Eco), dove predominano, nonostante significative eccezioni ed evidenti segni di rinnovamento, logiche paramafiose, baronali, clientelari e familistiche, che non hanno, di norma, come obiettivo primario il merito e la libera attività di ricerca.

Da qui, tra tante altre “delizie”, il basso livello della produzione scientifica locale registrato nelle classifiche nazionali e internazionali (nella prima Valutazione della Qualità della Ricerca, relativa agli anni 2004-10, solo cinque settori disciplinari di Messina sono risultati «eccellenti» e, tra questi – va detto – il mio, L-FIL-LETT/10, Letteratura Italiana).

Ma basta. Mi sono lasciato prendere la mano dalla mia naturale disposizione alla critica costruttiva: «Trahit sua quemque voluptas» (Virgilio), o, in siciliano, «U piaciri du sceccu è ‘a ramigna”».

Ora, mi aspettano i campi soleggiati. Magari assaporerò, con voluttà siciliana, un’arancia prematura, alla faccia dei mediocri, dei baroni e dei baronelli messinesi. Viva, per converso, Cariddi e i liberi, competenti e democratici studiosi messinesi.

A futura memoria.

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