Non credo che molti italiani conoscano il brano dell’orazione Agl’Italiani di Giacomo Leopardi che mi pregio di pubblicare:

Ma l’Italia poteva ella considerare il conseguimento della sua indipendenza come possibile? A costo dei più grandi sacrifìzj, poteva ella sperare di ottenere l’intento? Taccio delle immense forze della lega Europea, interessata all’abbassamento di chi volea farsi nostra guida, una parte delle quali avrebbe mandata a vuoto ogni nostra intrapresa. Taccio delle difficoltà di spogliare tante Reali famiglie dei loro antichi diritti, della sicura inazione della massima parte degl’Italiani, del credito vacillante dell’armata che favoriva la rivoluzione. Dopo aver superate tutte le opinioni, dopo aver fatto tacere tutti i diritti, dopo avere eccitato negl’Italiani un solo spirito, averli tutti riuniti sotto le stesse bandiere, averne formato un solo esercito, dopo avere respinte tutte le armate straniere al di là delle Alpi, l’Italia nulla avrebbe ottenuto.

L’autore riteneva, in altri termini, che un’eventuale rivoluzione degli italiani, guidata da Gioacchino Murat («chi voleva farsi nostra guida»), contro gli Austriaci, fosse del tutto irrealistica, e non avrebbe mai potuto conseguire, nonostante i «più grandi sacrifìzj», i risultati sperati.

Era, in effetti, quello del Contino diciassettenne (l’orazione Agl’Italiani è del 1815), perfettamente educato (e de-formato) dalla cultura papalina, antiliberale e antilluministica del padre, un chiaro, miope moderatismo, che – nota giustamente Achille Tartaro – «gabella per buon senso la propria sostanziale meschinità». Ancora per tre anni – sia detto en passant – Giacomino sarebbe stato irretito dentro tale retrograda visione del mondo e solo nel 1819 avrebbe cominciato a liberarsi dal classicismo, dal cattolicesimo papalino, dall’antilluminismo e dall’antiromantismo di cui si era nutrito fin da bambino, per approdare alla rivalutazione dell’Illuminismo e quindi al Materialismo e al Nichilismo delle Operette morali e delle grandi canzoni della maturità.

Ma quel che mi preme qui sottolineare è la perfetta identità, mutatis mutandis, della posizione del giovane Leopardi papalino, austriacante e antiliberale con quella dei vari Orsini, Revelli, Cacciari, Canfora, nonché di molti esponenti della cosiddetta «sinistra autoritaria» e della destra più o meno estrema (per non dire di Travaglio e dei suoi seguaci) relativamente alla lotta dell’Ucraina contro la Russia di Putin, che è, peraltro, oggettivamente, l’ultima, più chiara e inequivocabile manifestazione del fascismo nel mondo.

Non siamo, dunque, ancora oggi, di fronte allo stesso miope moderatismo «che gabella per buon senso la propria sostanziale meschinità»?

P.s. Se vivessi a Roma o a Milano e pubblicassi questa nota su un grande giornale, incapperei certamente nei lai di Orsini, che si riterrebbe insultato, ma in questo attardato paradiso siciliano nemmeno questa piccola soddisfazione mi è concessa.

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