Penso al tempo che fugge, alla mia carriera di professore ordinario di Letteratura Italiana nell’Università, di critico letterario e, volendo, di scrittore. Ma anche all’isolamento patito, in questa amatissima ma attardata città, e ai miei tentativi, falliti in gran parte, per uscirne. E ci penso, in seguito alla rilettura, del tutto casuale, di una lettera che ho inviato, qualche anno fa, a due miei illustri colleghi messinesi, ordinari di discipline diverse dalla mia, e conosciuti – nel mondo politico e accademico –  come progressisti.

Vale, però, la pena di ripubblicarla, questa lettera, eliminando i riferimenti personali dei destinatari: potrà forse costituire un documento attendibile, per chi dovrà fare, tra cent’anni, la storia dell’Università di Messina tra prima e seconda repubblica. Eccola.

 

Cari [omissis],

per conoscerci meglio (lo sapete, ogni siciliano non mafioso soffre la sindrome dell’isolano-isolato), lasciatemi dire, una tantum, con un pizzico di orgoglio marinaresco, che l’italianistica messinese non è solo quella, mai troppo sputtanata [omissis]: capita che, nella prima Vqr, il settore di Letteratura Italiana L-FIL-LET/10 messinese [da non confondere con Letteratura Italiana Contemporanea L-FIL-LET/11] si riveli uno dei pochi – cinque, invero – settori eccellenti di questa nobile Università (quarto tra i settori di Letteratura Italiana in Italia; primo nell’Italia centro-meridionale), e capita che il figlio di un pescatore dello Stretto, innamorato della cultura, della letteratura e della ricerca scientifica, seguendo maestri “cartacei” e/o “continentali” (in mancanza di veri maestri locali), pubblichi saggi alfieriani, di cui si riconosce la funzione «innovativa» (Di Benedetto scripsit), dimostrando, con inequivocabili riscontri testuali, che l’Astigiano trapiantò in Italia i principi dei costituzionalisti francesi della seconda metà del Settecento (non fu quindi, il «reazionario» dipinto dal grande Sapegno, fuorviato, nel 1949, dai fumi spessi e, sia pure, nobili, della ribollente, all’epoca, ideologia politica); capita pure che lo stesso curi la prima edizione critica dell’orazione Agl’Italiani di Giacomo Leopardi e dia, col supporto fondamentale dei testi e della psicologia, un’interpretazione straordinaria dell’Infinito. Dell’Infinito, dico. E non elenca, il figlio del pescatore, per pudore, i molti «contributi oggettivi» offerti alla letteratura italiana, negli ultimi trent’anni: farà tuttavia un’eccezione (nel rivolgersi a due illustri siciliani residenti nella città dello Stretto) ricordando gli studi su Verga, Pirandello, Boner, Cesareo, Quasimodo, Spaziani, D’Arrigo (Horcynus Orca), sul dirimpettaio Occhiato (L’ultima erranza) e su Camilleri.

E ciò, lavorando in apnea, da novello Colapesce, sempre lontano dalle vuote liturgie accademiche locali, ma sempre vicino agli studenti e impegnato ad agevolarne la formazione umana e professionale. Tuttavia soffrendo – devo dire – l’abissale solitudine dell’intellettuale democratico, tendenzialmente libero, per giunta estroverso e non reticente, capitato (per chissà quali congiunzioni astrali) in un contesto che non si segnala, storicamente, per trasparenza né per propensione alla meritocrazia e alla democrazia. [omissis].

Ma bando alle tristiatiae. Spero di poter parlare con voi di queste e di altre cose utili alla crescita dei giovani e allo sviluppo del nostro territorio, dove vi aggrada e magari all’Università (che pare voglia rimettersi sulla retta via). Ah!, smessinesizzarsi …

Con sinceri sentimenti di amicizia e di stima profonda, Pippo Rando.

Inutile aggiungere che questa lettera non fu gratificata di alcuna risposta. Ma anche questo è un significativo fatto storico.

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