Da alcun tempo in qua, l’Università statale italiana, dopo decenni di silenzio o di autoglorificazione – “disturbati” da voci isolate di docenti zelanti e segnatamente dalle proteste-proposte di ROARS (https://www.roars.it/online/) –, è fatta oggetto di critica per sue inadempienze e distorsioni vecchie e nuove: la precarietà della ricerca, in primis, il viepiù ridotto diritto allo studio, la perdurante ingiustizia dei concorsi e così via denunciando. Di questa, che pare una meritoria presa di coscienza, si colgono qua e là timidi segnali nella pubblicistica nazionale più avveduta e, ovviamente, sui social (Facebook in ispecie), ma non siamo ancora a quel serio riesame della situazione, che parrebbe improrogabile.

Non sfugge, difatti, ad alcuno che la migliore Università italiana, all’interno del QS World University Rankings per il 2022, cioè il Politecnico di Milano, occupa solo il posto 142 dell’elenco totale (seguono, sia detto en passant: l’Alma Mater Studiorum di Bologna alla posizione 166; la Sapienza Università di Roma alla posizione 171; l’Università di Padova alla posizione 216; l’Università degli studi di Milano alla posizione 301; il Politecnico di Torino, alla posizione 308; l’Università di Pisa, alla posizione 383; l’Università degli studi di Napoli Federico II, alla posizione 392). Il che non si può, certo, attribuire al destino cinico e baro.

Tra i salutari sintomi di cambiamento, bisogna anche annoverare il caso delle tre coraggiose laureande della “Normale” di Pisa, che hanno denunciato il «processo di trasformazione dell’Università in senso neoliberale» (Virginia Magnaghi), la «disabitudine» dei docenti all’«impegno civico» (Valeria Spacciante) e il «divario di genere» persistente anche in Università-modello come quella di Pisa, per l’appunto (Virginia Grossi).Ma la loro contestazione è già caduta nell’oblio.

Alcuni autorevoli colleghi lamentano peraltro, acutamente, su Facebook, l’involuzione burocratica dell’Università contemporanea, contrapponendole però i pregi della “loro” Università, quella degli anni Settanta, che talora più o meno nostalgicamente rimpiangono.

A me, che in quella stessa epoca mi sono formato (studente universitario negli anni Sessanta, assistente ordinario dai primi anni Settanta) e che sono stato una vera “bestia da insegnamento” (professore associato negli anni Ottanta e professore ordinario qualche lustro dopo, senza anni sabatici di sorta e senza un giorno di congedo), la realtà appare, invero, diversa, molto diversa.

Registro anch’io, ovviamente, lo scadimento burocratico della docenza universitaria in Italia, e il livellamento in basso degli studi scolastici e universitari, che finisce col danneggiare proprio gli allievi delle classi subalterne, ma credo che i mali siano altri, più antichi, e che proprio tra prima e seconda repubblica siano da rintracciare gli incunaboli della decadenza attuale.

Non che non ci fossero, all’epoca, veri, grandi Maestri: c’erano (in ridottissima minoranza) e onoravano la didattica e la ricerca, illustrando, senza meno, l’Università italiana, all over the world. Alla base di quel sistema, c’era però – credo di potere dire – la separatezza degli alti studi dalle esigenze reali del Paese, dei giovani e della Scienza moderna; separatezza riconducibile, probabilmente, all’atavica (in Italia) concezione della cultura come potere e privilegio personale (giammai come servizio) da difendere con i denti e tramandare, lungo assi padronali, familiari e/o sentimentali, agli “eredi”. È proprio a partire dagli anni Sessanta-Settanta, difatti, che si evidenziò, in Italia, e soprattutto in Sicilia, un divario enorme tra certi, arcaici, obsoleti modi di reclutamento nonché di gestione della ricerca e della didattica nell’Università (con le solite, onorevoli eccezioni) e i cambiamenti, anche radicali, che fermentavano in ogni ramo dell’attività umana: basti pensare agli altissimi livelli raggiunti dalla letteratura, dal cinema, dal teatro, dalle scienze umane di quell’eccezionale ventennio o alle straordinarie, coeve scoperte scientifiche in molti campi dell’attività umana , di cui erano perlopiù protagonisti ricercatori stranieri (e talora italiani che, però, operavano nelle Università straniere). Laddove fiorivano, contestualmente, et pour cause, nel Belpaese, accanto a poche Scuole effettive, i baronati, le clientele, i parassitismi, i servilismi, le ricerche farlocche, da un lato, e l’assunzione addomesticata dei docenti attraverso concorsi pilotati dall’alto nonché le pubblicazioni inutili, bellettristiche, mal raffazzonate, se non scopiazzate tout court, dall’altro.

Da qui, il massacro di carriere e di vite di tanti giovani, più o meno illusi, che non rientravano perfettamente negli schemi dei poteri accademici. Da qui le “prestigiose” (?) carriere di certi allievi, magari figli e/o amanti, dei “baroni”, non particolarmente accreditati sul piano scientifico. Da qui, il progressivo scadimento della qualità della ricerca e gli ultimi posti delle Università italiane nelle graduatorie internazionali.

Io stesso, dal mio modesto avamposto messinese, ho fatto esperienza diretta di certe incredibili falle del sistema e credo di potere essere un testimone attendibile (come tutti quelli che hanno resistito alle lusinghe di un potere arruffone e irresponsabile) delle oggettive disfunzioni da cui era – ed è – purtroppo oppressa l’Università.

Ma ne ho già parlato, e forsanche troppo, col solo intento, tuttavia, di contribuire – ogni testimonianza diretta conta  – allo svelamento di qualche dissimulazione disonesta. Perciò mi limiterò a ricordare due episodi di vita (accademica) vissuta, che sono fortemente indicativi del miserevole status del mondo accademico, tra prima e seconda repubblica.

Per amore di sintesi e per non tediare troppo chi legge, partirò dalla risposta che Vitilio Masiello diede, una sera, nelle more di un convegno, a me che lamentavo il mio forzato «isolamento di isolano» senza una vera Scuola alle spalle: «Rando, tu sei capitato tra l’incudine il martello». Ovviamente – decodifico per i “parigini” – «l’incudine» era Resta, preside della Facoltà di Lettere di Messina (presso cui mi ero laureato), e «il martello» era Mazzarino, preside della Facoltà di Magistero di Messina (presso cui insegnavo Letteratura Italiana come professore associato), o viceversa. Mai sentenza fu, invero, più lapidaria e veritiera.

A Masiello, deputato del PCI, si era rivolto, in verità, qualche mese prima, Mazzarino, deputato del PLI, per chiedergli, quantomeno come collega politico, il suo appoggio, per me, a un concorso a cattedra, che si annunciava imminente (secondo la prassi costruttiva dell’epoca per cui un preside, potendo, sosteneva un professore della sua Facoltà, in un concorso a cattedra). Al che Masiello aveva risposto: «Meglio che parli con Resta, sai bene che tutto passa per lui» (disse proprio così: «tutto passa per lui», e Mazzarino, viepiù sbalordito, ripeteva spesso questa frase). La stessa risposta, con altre, più velate, parole ebbe Mazzarino da Vittore Branca, che tuttavia gli comunicò il suo «parere altamente positivo» sui miei Tre saggi alfieriani, pubblicati a Roma all’inizio degli anni Ottanta (glieli avevo inviati, qualche mese prima, con ricevuta di ritorno). Ma gli scandagli di Mazzarino col suo «collega locale» (il quale, a giudizio di Petronio, temeva che un ordinario di Letteratura Italiana a Messina, che non fosse suo allievo, ne sminuisse, di fatto, il cosiddetto prestigio baronale) non sortirono alcun effetto. Tanto che il Preside mi convocò per dirmi che non se ne sarebbe fatto nulla, informandomi, con estrema puntualità (era suo costume) sulle sue mosse andate a vuoto.

E mi si lasci dire, unicamente a fini costruttivi e demistificanti, che quel mio primo libro alfieriano, a cui andarono non pochi consensi ufficiali (scritti e pubblicati in volumi e riviste) da parte di Giuseppe Petronio, di Raffaele Spongano, di Sergio Romagnoli, di Arnaldo Di Benedetto (tra i primi), non fu citato, au contraire (in omaggio a chi?), proprio da Vittore Branca, il quale, nel secondo saggio introduttivo a V. ALFIERI, Saul – Filippo, della Bur, che lui stesso presentava – attenzione alle date! – come «il risultato della fusione e della rielaborazione di due studi pubblicati in precedenza in Omaggio a Gianfranco Folena, Padova 1993 e nella “Revue des Ètudes italiennes”, XXXVIII, 1992»), definisce, a pag. 33, «costituzionalistico» il Panegirico di Plinio a Traiano (che solo io avevo definito cosi più di dieci anni prima) e, a pag. 34, cita Mably, che io –  e solo io – avevo presentato agli studiosi più di dieci anni prima, come una delle “fonti” della Tirannide. Chi fu, dunque, in quel caso, il maestro? E chi il maldestro allievo, che ignora il dovere di citare e si macchia così di plagio?

Ora, sappiamo tutti che ci sono altri mali nel mondo: Ma non si potrà negare che fosse orrendo un sistema accademico in cui un barone poteva tutto e gli studi «innovativi» (a detta degli esperti) di un giovane associato contavano meno delle ubbie del barone. A me, poi, tutto scivolava sulle spalle come pioggia di primavera: avevo i miei (graditi) impegni familiari di marito e padre fortunato; ero riuscito a costruire, con mia moglie, una villetta in collina dove producevamo, col supporto di un vecchio contadino, vino e olio per la famiglia; avevo d’estate il mare a Cariddi, dove avevamo sistemato al meglio la proprietà di mio padre; c’erano, inoltre, onnipresenti nella mia vita sin da bambino, i miei cari libri, il mio stimolante lavoro di ricerca, le mie gratificanti lezioni. Non mi preoccupavano, quindi, più di tanto – con disappunto, devo dire, di Giuseppe Petronio – le “amenità” del mondo accademico locale, di cui si parlava ridendo nei ritrovi e nelle piazze della città: i «servizi» culinari (e non solo), offerti dagli allievi al maestro-barone, i libri scritti da Caio e pubblicati da Sempronio, le carriere fulminee di certi ignoranti («Ognuno ha portato in cattedra il suo asino», postillava Petronio), i dolori di molti illusi-delusi. Ne parlavo, sì, ne discutevo, ne scrivevo in qualche articolo giornalistico, ma ero, alla, fine, consapevole della onnipotenza del sistema (a fronte della mia lateralità).  E – devo dire – mi è andata pure bene: se il baronaggio ha rubato a me e alla mia Università più di un decennio di ordinariato (con tutto ciò che ne consegue), altri e più catastrofici mali ha prodotto sicuramente altrove. Tuttavia, niente e nessuno mi ha mai impedito – né mi impedirà mai – di denunciare, finché campo, le nefandezze storiche del sistema: lo devo quantomeno ai miei nipoti.

Non c’è alcun dubbio, ad ogni modo, che il peccato originale di prevaricazione baronale, paramafiosa, nonché di incuranza più o meno camuffata della legge, del merito e della trasparenza, si debba cancellare, se si vuole che l’Università svolga correttamente l’alta funzione che le compete.

Tali obiettivi non sono in realtà nuovi: erano già stati perseguiti dagli intellettuali progressisti, dai partiti di sinistra, dai sindacanti e dai giovani “contestatori” negli anni Sessanta e Settanta. Il progetto riformatore fu addirittura ripreso, negli anni Novanta, dal primo governo Berlusconi, il cui ministro dell’Istruzione (Francesco D’Onofrio, mi pare), concesse un’intervista al «Corriere della Sera» in cui prometteva una riforma che avrebbe ridato lustro all’Università, eliminando ogni corsia preferenziale per «figli e amanti dei baroni» (la locuzione era nel titolo, in neretto e caratteri cubitali). Non se ne fece niente.

Il governo D’Alema approvò, poi, nel 1999 – mentre si rafforzava, con i patti di Schengen, l’Unione Europea – la «riforma Berlinguer» (Luigi Berlinguer era ministro dell’Istruzione) che, con aggiustamenti vari, è tuttora vigente. Cambiamenti ce ne sono stati, in effetti, ma non sempre in meglio: resta, nonostante tutto, inalterata, la gestione baronale dei concorsi a cattedra (ancora affidata, nonostante l’istituto del sorteggio dei commissari, ai soliti, potentissimi commis) e si va accentuando, paradossalmente, lo scadimento, in termini viepiù provinciali, delle carriere e della didattica.

Certo, tolti salutari casi singoli di singoli studiosi e di singole Università, non si è ancora raggiunto, purtroppo, in Italia, a livello sistemico, l’obiettivo agognato, che è invece felicemente operativo in molte nazioni occidentali: quello di una libera Università statale fondata sul merito e sulla trasparenza. Ma la meta è a portata di mano: basta guardare in faccia la realtà (senza mistificazioni corporativistiche), avere il coraggio di denunciare ciò che non va, riconoscere gli errori fatti e cercare quindi di evitarli, puntando sulla qualità della ricerca scientifica e sull’aggiornamento della didattica. Non su altro.

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