Il mondo va come va. E ci sono problemi enormi cui tutti – chi più chi meno – dobbiamo far fronte. Ma un pensiero a margine di Matteo 25, 31-46 mi gira per la testa e chiede insistentemente di essere esternato per iscritto.

La Chiesa ha celebrato domenica, 22 novembre 2020,  la festa di Cristo Re (dell’Universo), istituita da papa Pio XI, l’11 dicembre 1925, a conclusione del Giubileo che si celebrava in quell’anno, in riparazione – pare – del grido blasfemo contro Gesù: «Non abbiamo altro re che Cesare».

La locuzione «Cristo Re» è, peraltro, comunissima nella città dello Stretto, dove c’è anche un imponente Sacrario di Cristo Re, che sorge maestoso su un colle prospiciente il mare: «vado a Cristo Re», «salgo a Cristo Re», «ci vediamo a Cristo Re».

Ebbene, a me sembra che questa denominazione della festa, proprio in base al suddetto brano di Matteo («Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi»), sia monca, tanto da produrre, potenzialmente, nei fedeli una distorsione indebita dell’idea del Dio di Nazareth.

Vediamo. I cattolici praticanti o anche quelli non praticanti (pare siano la maggioranza della popolazione italiana) sapendo, sin da bambini, che Dio è, nel catechismo, «l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra», familiarizzano agevolmente con l’idea della Sovranità di Dio e festeggiano ogni anno, in prossimità di Natale, coerentemente, la solennità di Cristo Re (dell’Universo). Ma il Dio «perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra», nonché Re dell’Universo, è, a ben considerare, più conforme al Dio del Vecchio Testamento, al Dio di Abramo, che al Dio di Gesù (di cui al Vangelo di Matteo), che si identificava, appunto, con il povero (affamato e sitibondo), con il forestiero (respinto), con l’uomo nudo, malato, carcerato: si identificava e, quindi, automaticamente, era.

Certo, Gesù di Nazareth è l’unico, tra tutti gli dei dell’umanità, a rivelarsi appunto povero, nudo, malato incarcerato. Si pensi, per converso, a Giove e a tutti gli dei della classicità: vi avrebbero quantomeno fulminati, se aveste osato dubitare della loro forza, potenza, ricchezza ecc.

Ora, Gesù, in quanto Dio, è certamente Re dell’Universo, ma un Re diverso, anomalo (secondo la mentalità comune): un Re povero, malato, nudo, forestiero, incarcerato, e, come tale, amato e onorato, peraltro, da San Francesco, da Santa Tresa di Calcutta, da Papa Francesco e da tutti i veri cristiani.

Non sarebbe, dunque, meglio se la festa di Cristo Re diventasse, per tutti, «Festa di Cristo Re Bisognoso»?

Il tempo dei Re grandi, assoluti, onnipotenti è, peraltro, tramontato da molto tempo, alla stregua dell’epoca infausta delle maiuscole imperiali in voga nel tempo di Piò XI. Ora è – vivaddio – il tempo di Francesco.

 

AGGIUNTA

 

Celiando, ma non troppo. Uno dei motivi per cui un ateo dovrebbe dubitare delle sue presunte certezze è che Gesù di Nazareth è appunto l’unico Dio che nasce povero in una stalla, muore crocifisso come l’ultimo dei delinquenti (per resuscitare tre giorni dopo) e si identifica non già con i potenti ma con i poveri, con gli ultimi, con “gli scarti” di Papa Francesco. Nessun uomo invero, nemmeno il più ricco di immaginazione, avrebbe mai potuto inventare un Dio tanto “strano”, da apparire, come è, unico. Tra parentesi: tutti i grandi pensatori atei (ultimo, Nietzsche) pensano che Dio sia stato creato (inventato) dall’ Uomo, per dare un senso alla vita (il che vale, invero, per le divinità antropomorfe dei greci e dei latini). Il bello – si fa per dire – è che il cattolicesimo ufficiale, curiale, nel corso della storia, ha insistito poco sulla povertà emblematica, unica di Gesù: vi si sono, fortunatamente, conformati San Francesco e tutti i cattolici cristiani, sparsi per tutte le contrade del mondo, di cui non si conserva memoria. Ancora più lodevole appare, dunque, la scelta della povertà da parte di Papà Francesco, che sogna una “Chiesa povera per i poveri”.

 

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