Si deve a Maria Costa la “salvezza” del patrimonio linguistico protonovecentesco dei pescatori della Riviera del Faro di Messina: avendolo – la poetessa – codificato sulla pagina scritta (e stampata), quel linguaggio ha difatti acquistato la stabilità della lingua. Un linguaggio diventa lingua quando viene codificato, cioè scritto (lo insegnava già Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia): le centinaia, se non migliaia, di linguaggi non scritti (solo parlati), in Amazzonia e in tutte le parti pre-civili del mondo, praticamente non esistono, non sono lingue: moriranno con quelli che li parlano, a meno che un etnologo non li registri e poi trascriva.

Invece, il tempo passerà, cambierà il mondo e – con esso – le lingue degli uomini, ma la lingua di Maria Costa e dei pescatori dello Stretto resterà là, fissata in eterno, immutabile nelle pagine delle sue raccolte poetiche (finché ne resterà qualche copia sulla Terra «e finché il Sole / risplenderà su le sciagure umane»).

Quindi, i nostri figli, i nostri nipoti, pronipoti e i loro successori nei secoli a venire, potranno conoscegiusepperando.itrla, quella lingua. E, con quella lingua, potranno conoscere i valori, i sentimenti, i sogni e i bisogni degli “antichi” pescatori dello Stretto. È uno dei miracoli – il più clamoroso – della poesia.  Non foss’altro che per questo, Maria Costa meriterebbe più di un monumento a Messina. Ma non lo avrà, con questi chiari di luna. Meno male che qualcuno oggi finalmente legge le sue poesia. Per troppi anni – se vogliamo essere sinceri fino alla spietatezza – Maria Costa è stata “vissuta” dalla maggioranza dei messinesi abbagliati dai miti della poesia dotta, altolocata, in lingua, e, in ispecie, dalle signore piccolo-borghesi di Messina (che non passeranno, certamente. alla storia: nemmeno i loro figli se le ricorderanno dopo la morte) come una sorta di clown pittoresco.

– Ma che lingua è quella di Maria Costa?

– Una lingua regionale cioè un dialetto.

– Che dialetto?

– Non veneto né persiano, ma evidentemente siciliano. Dialetto siciliano, dunque.

– Ma di quale città della Sicilia?

– Di Messina, ovviamente, con qualche occorrenza, tipica della gente di Case Basse (contrada Paradiso), e forsanche della famiglia di Maria Costa o della stessa poetessa (non sono insolite nei poeti forme di idioletto), ma dialetto siciliano-messinese protonovecentesco tuttavia.

Ed è inutile ricordare che le opere in dialetto hanno – possono avere – la stessa dignità letteraria delle opere in lingua: basti pensare al cinquecentesco (!) Ruzante, ai settecenteschi Meli e Tempio, agli ottocenteschi Porta e Belli, al novecentesco Albino Pierro, candidato più volte al Premio Nobel, e a tutti i poeti o scrittori dialettali che sono passati alla storia. La poesia, quando è poesia, non ammette aggettivi: è poesia (e basta).

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