Qualcuno dei miei quattro lettori mi fa affettuosamente notare che, in una mia precedente nota messinese, non si capisce donde provenga e contro chi si appunti la polemica diffusa nell’ultimo dei tre paragrafi della nota stessa.

Mi scuso per la poca chiarezza che non è dovuta certamente a reticenza né ad autocensura: evidentemente, mi sto montando la testa e faccio troppi salti (quasi pindarici!) in questi miei brevi interventi che sono e restano bazzecole. In realtà, per rispetto dei lettori, amo, da sempre, la sintesi.

Ad ogni modo, devo sottolineare che non c’è argomento di cui io tratti che non sia connesso con la mia diretta esperienza di vita: lascio ai retori o agli accademici d’antan il piacere di affrontare tematiche in astratto, magari inanellando arzigogoli e ampollosità stilistiche.

La mia polemica nasce, dunque, dalla mia esperienza diretta di professore, di cittadino e di intellettuale democratico alle prese, da sempre, con una classe dirigente non particolarmente oculata e col muro di gomma di una società oggettivamente attardata, provinciale, politicamente igiusepperando.itmmatura (con poche, gloriose eccezioni), non per colpa del destino cinico e baro, né per colpa dell’invincibile natura, ma per precise cause storiche, politiche e sociali che, una volta individuate, si possono eliminare. Donde, per l’appunto, il tentativo mio e di altri intellettuali democratici (fortunatamente!) di allargare i confini della conoscenza e della coscienza collettiva, con l’intento, forse chimerico se non donchisciottesco, di svelare le radici del male e costruire il bene. Senza iattanza, senza sicumera, senza preconcetti, senza facili e vacui estremismi. E con una buona dose di sani dubbi.

Il pungolo immediato di quella mia nota era, quindi, rivolto, in particolare, all’evidente crisi di partecipazione in una città come la nostra, in cui prevalgono individualismi di singoli o di gruppo che si arroccano nella difesa di miseri orticelli dedicandosi preferibilmente alla denigrazione dei concorrenti. Mi sembra proprio un comportamento servile, mirato più a dividere che a unire: i servi, nella letteratura di tutti i tempi, si scannano tra di loro e non s’avvedono delle malefatte del padrone, alla cui protezione si affidano fino al punto di chinare … la schiena.

Meno immediato, ma altrettanto mirato era il pungolo contro i comportamenti politici di molti dei miei concittadini che utilizzando male o non utilizzando affatto l’arma del voto, mostrano ancora, in maggioranza, di non conoscere e apprezzare – sempre per cause storiche – il bene sommo della democrazia, della giustizia sociale e della libertà, con il connesso corredo di tolleranza, rispetto del prossimo, meritocrazia ecc. .

E qui mi fermo, per non fare concorrenza al papa.

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