Mentre altrove si fanno convegni piromalliani (poco o punto specialistici), sono lieto di ripubblicare due miei scritti sul grande calabrese, che fu uno dei miei maestri, insieme con Giuseppe Petronio (suo mentore) e ad altri grandi italianisti, negli anni caldi della critica letteraria.

Valgano come modelli incontrovertibili di ricerca scientifica basata sui testi originali (non orecchiati) e sulla Storia, all’insegna della competenza effettiva e dell’onestà intellettuale, per i giovani (e i meno giovani) che si accostano agli studi letterari. Mi si scusi l’(apparente) immodestia, che è piuttosto serena coscienza (non adulterata) di uno studioso che ha pubblicato, nel corso di una lunghissima carriera, decine e decine di «sudatissimi» libri e centinaia di articoli innovativi, molto accreditati.

 

  • Antonio Piromalli storico della letteratura e critico marxista tra prima e seconda repubblica

 

Il C.I.S della Calabria, in collaborazione con il “Fondo Antonio Piromalli” e con la “Fondazione Italo Falcomatà”, commemora oggi, con il patrocinio della “Fondazione Fortunato Seminara”, del Comune e della città Metropolitana di Reggio Calabria, il ventennale della scomparsa di Antonio Piromalli (2003-2023), che fu uno dei più rinomati critici marxisti e un accreditato storico della letteratura, oltreché valente poeta postermetico e intellettuale «impegnato».

La sua attività di storico e critico della letteratura appare, invero, stabilmente incardinata su due pilastri fondamentali (che furono suoi e della sua generazione): la interazione marxiana di testo e contesto, da una parte, e la polemica anticrociana e antiformalistica, dall’altro.

Operando, con indubbia sagacia, all’interno di tale visione del mondo e della letteratura, Piromalli seppe infatti liberare autori come Fogazzaro, Carducci e Corazzini da ogni vaghezza sentimentale e impressionistica (che ne inibiva una corretta fruizione) e dimostrare inconfutabilmente come Ariosto non sia il poeta dell’Armonia idealistica vagheggiata da Croce, ma il poeta innovativo che seppe dare degna risoluzione stilistica alle esigenze più vive della società e della cultura rinascimentale. Tali saggi occupano, senza meno, un posto di rilievo nei vasti terreni della critica letteraria.

Entro questi parametri s’inscrive anche la Storia della letteratura calabrese in due volumi, in cui Piromalli, scavalcando Croce e i crociani e recuperando la via maestra, storicistica, di Francesco De Santis, ha mirabilmente costruito un grande affresco della varia e vasta attività letteraria dei calabresi maggiori e minori, perennemente innervata dagli apporti delle culture subalterne. Altrettanto organica è la Storia della Letteratura Italiana, cui il critico di Maropati attese dalla fine degli anni Ottanta, riconoscendo che la «caduta del muro di Berlino, la dissoluzione del mondo sovietico […] hanno avuto profonde conseguenze culturali» e tenendo conto della crisi culturale «che ha visto mutare le categorie interpretative, il contesto esplicativo».

Certo, negli anni Ottanta, era – ancora una volta – cambiato il mondo e con esso la letteratura e i modi di interpretarla: il marxismo mal reggeva l’urto con la nuova realtà. E difatti la critica semiologica (preceduta dallo Strutturalismo), la critica psicoanalitica e la critica globale si affermavano decisamente, all over the world, mentre nuove forme d’arte s’imponevano all’attenzione del pubblico. Ci furono critici marxisti che si aprirono alla semiologia (si pensi a Luperini) e critici come Petronio che lottarono contro gli eccessi e il presunto scientismo dei nuovi critici, senza riproporre tuttavia, tali e quali, i (presunti) dogmi marxiani. A Piromalli, che non venne mai meno al suo credo, mancò, forse, il guizzo del suo amico e maestro Giuseppe Petronio, il quale non rimase mai ingabbiato dentro i canoni scolastici della critica marxista (basti pensare ai suoi ultimi, ancora attualissimi, libri e alla sua presa di distanza dalle posizioni estreme di certi critici marxisti su Verga).

E a un intellettuale democratico di sinistra, che non viene dalle anticamere dei partiti né dai salotti familistici della borghesia accademica, può dispiacere che Piromalli, uomo e intellettuale di specchiata onestà, abbia mostrato, negli ultimi anni della sua vita, di accostarsi – forse per malinteso consociativismo – alle logiche restiane di gestione dell’Italianistica.

Ma, tenuto conto della complessità delle vicende umane, non si può non riconoscere che Antonio Piromalli rimane, per tutti, un eccellente professore universitario, un grande intellettuale e un perfetto critico marxista d’antan.

 

 

  • Piromalli poeta: dall’analogia alla profezia

 

Il transito – ma anche l’evoluzione poetica e culturale – di Antonio Piromalli dagli assoluti tematici e formali dell’Ermetismo alla referenzialità-discorsività  e antilirica della maturità, sono  del tutto paradigmatici: riflettono cioè il percorso dei poeti della sua generazione (sarebbe «la quarta» – quella di Pasolini e Luciano Erba -, tra le generazioni enucleate da Edoardo Sanguineti, nel 1969, nella sua antologia della Poesia italiana del Novecento), per accomiatarsi dai primi modelli ermetici e dalla connessa tendenza a ridurre integralmente la realtà a linguaggio (tendenza che parte da Pascoli per giungere ai fasti della Bufera montaliana) ed avviarsi, dagli anni Cinquanta in poi, in una direzione opposta, fondata sull’aspirazione a un linguaggio oggettivo, inteso alla comunicazione più che all’espressione e tramato da una forte tensione argomentativa.

Talché leggere, oggi, la poesia di Piromalli comporta, in primis, individuarne i dati comuni (ai poeti del suo tempo, in termini di intertestualità e o di ricerca delle fonti) e le differenze specifiche.

Nelle prime liriche della raccolta Sei tu il bolero (del 1991), che secondo le indicazioni dello stesso poeta risalgono agli «ultimi anni Trenta», sono palesi gli ossequi alla “grammatica ermetica” (codificata nell’Isola di Gatto del 1932 e nelle prime due raccolte – Acque e terre del 1930 e Oboe sommerso del 1932 – di Quasimodo) e soprattutto l’ellisse analogica, che suggerisce, com’è noto, un rapporto libero tra immagini poetiche e realtà, nonché l’uso prevalente dell’endecasillabo, la riduzione a zero dei nessi grammaticali e sintattici, il linguaggio allusivo (ma con improvvisi grumi di vissuto), aperto a inedite rivisitazioni del passato, che in Piromalli, meridionale sradicato come Quasimodo e Gatto, è anche reale distanza dal mondo dell’infanzia calabrese, rievocato miticamente o in una sorta di impressionismo memoriale.

Elementi, questi, che (insieme con tutti gli altri inaugurati dall’Ermetismo: metrica e prosodia nuova, sostantivi assoluti senza articolo, plurali indeterminati, genitivo assoluto: rosso di fulmini o compendiario o sincopato) si riscontrano in Sogni (dove, l’analogismo assoluto si stabilisce tra il tremolio nel cuore e il fremito di una foglia chiusa nella notte), in Volti adolescenti, ma anche nelle liriche di Serale (che dovrebbero essere degli anni Quaranta. Sono, in effetti, desunti dalla prima raccolta di poesie del Piromalli che fu pubblicata a Raggio Calabria nel 1945.

Nella prima di queste liriche, Sera, che accorata scendi, si iconizza una limpida isotopia paesaggio/donna, dove il primo lessema (sera) rimanda per via metaforica, a mondo, vita, che sarà sempre presente nel canzoniere di Piromalli, poeta d’amore, senza dubbio veruno, nonché conoscitore e cultore della femminilità.

La stessa isotopia è rinvenibile in Sull’erba disseccata, scritta ad Oristano nel 1943, ma proiettata, a livello memoriale, nella Messina degli anni Trenta, cui sembrano alludere «i ponti / della Zaera».

C’è anche una vena religiosa, in Sei tu il bolero (tematiche religiose sono nel primo Quasimodo e in Ungaretti), ma si tratta di una religiosità prossima alla posizione reattiva di Giobbe, come in Signore, hai cura (del ‘45), Come potrò donare del ’46, La sua voce scozzese del ’61, p. 80.

Del 1946 è pure Forse la più bella Emilia, dove campeggia il tema ermetico, per eccellenza, della dialettica tra perdita dell’innocenza e infermità della carne.

Solo in un componimento del 1948, Parole, appare un riferimento ai «fucilati della libertà».

C’è un’eco quasimodiana in La musica di Brina del 1948: «vento del sud / che denso di profumi», dove si evidenzia un altro tema ermetico: quello della dialettica atemporale tra infanzia-adolescenza mitica e patimento dello sradicato.

Piromalli mostra di operare dentro l’Ermetismo degli anni Quaranta, che vedeva tra i suoi campioni il primo Luzi (Avvento notturno è del ’41, Quaderno gotico del 47), che privilegiava un’aggettivazione capziosa, l’enallage, la sinestesia.

Ma del ’49 è un gioiello poetico, Sempre per mano (p. 51) dove il modulario ermetico pare essere stato del tutto assorbito, senza lasciare tracce e senza opporre più alcun ostacolo alla fluidità e alla musicalità distesa della dichiarazione d’amore.

Si coglie un riflesso dell’ottimismo postbellico in L’isola di Rosa del ’49 (p. 54), ma è poesia.

Nella seconda parte della raccolta che comprende le Poesie, pubblicate nel 61, meglio si percepisce lo sganciamento da certi eccessi ermetici sia sul piano dei contenuti, sia sul piano della forma: in questi componimenti degli anni Cinquanta, svanisce la fede negli assoluti (Veri e non veri, del 1955, p. 59 è poesia di assoluta bellezza); mentre si fa più lunga l’onda del canto (si pensi a Elegia, del 55, p. 64 allo stupendo Carnevale del 61, p. 76, a La sua voce scozzese del 61, p.80, a Eliana, p. 85). Non c’è però alcun riferimento al mondo esterno (ai tragici fatti di Ungheria, per esempio) nei componimenti del 56. E permane, come un tarlo, l’analogia dell’ermetismo in L’alga del sorriso, sempre del ’55, p. 65. Ma si accampa viepiù l’isotopia originaria Mondo/Donna in poesie come Non dipartirti e Come tutto è diverso (pp. 74-75).

Nella sezione Tropico, c’è la salutare scoperta della prosa e della prosa che diventa poesia azzerando i confini abituali dei due codici espressivi.

Nella sezione Figure pare si raccolga il meglio della poesia di Piromalli.

Andrebbero rilette e riassaporate Lettera a Nedda del ’62, p. 99, Elegia per ragazza padana, Versi per ragazza Giuliana e le liriche dell’ultima sezione intitolata Canzonette per Anna.

Si consideri che negli anni Cinquanta il distacco dall’Ermetismo era avvenuto per tutti e che negli anni Cinquanta e Sessanta maturava, luminosamente, la seconda stagione di Luzi: Primizie del deserto è del 1952, Onore del vero del 57, Dal fondo delle campagne del ‘65

L’ultima raccolta, Da un’altra stanza del 1996, compendia i due vettori tematici e stilistici di Piromalli: nella prima sezione il vettore amoroso, nella seconda e nella terza quello satirico-profetico e sociale.

 

APPENDICE

Lettera di G. Rando a Lanfranco Piromalli

 

 

Caro Lanfranco,

ho saputo, qualche settimana fa, con grandissimo dispiacere, che una mia relazione dell’anno scorso su Antonio Piromalli – evidentemente male interpretata (io non ero presente al convegno reggino per inderogabili impegni) – avrebbe offeso te i tuoi cari. La cosa (anche per il ritardo e il modo proditorio in cui mi è pervenuta) ha angosciato, e angoscia, profondamente uno come me che ha sempre anteposto, nel corso della vita, l’amicizia, la cordialità e i buoni rapporti tra amici ad ogni altra cosa.

Ho riletto la relazione, scaricandola dal mio computer, e l’ho trovata – nei limiti di tempo e spazio in cui si muove – esemplare: un professore ordinario di Letteratura Italiana, stimato anche per la sua indiscussa onestà intellettuale, traccia un profilo corretto di un Maestro, evidenziandone, con precisi riscontri testuali, l’eccellente attività critica e storiografica, e rilevando, alla fine, con serenità di giudizio, senza inchini e genuflessioni (care ai pennivendoli, ai tuttologi, agli ipocriti e ai disonesti), che Antonio Piromalli, pervicacemente legato, nel bene e nel male, per tutta la vita, alla critica marxista, «rimane, per tutti», nonostante qualche tardivo, forse inevitabile, cedimento al tipico, arcinoto «consociativismo» accademico tra cattolici e marxisti, «un eccellente professore universitario, un grande intellettuale e un perfetto critico marxista d’antan». Questo è quanto, onestamente, ho creduto di potere e dovere dire.

Se ho sbagliato (per eccesso di onestà intellettuale), chiedo scusa, ma non posso nascondere la mia delusione: solo in questa occasione, peraltro, ho capito, perché Rosita [omissis], non mi ha più chiamato da un anno in qua. Eppure, credo di avere dato molto al CIS e a Piromalli (non solo come Direttore Scientifico del Comitato per lo studio della Vita e delle Opere di Antonio Piromalli, n.r.), senza nulla pretendere: per il puro piacere di comunicare e di contribuire a una causa giusta, a discapito semmai del mio tempo e della mia attività di scrittore. Né mi conforta una mia (vera) amica quando mi dice che gli incontri, da me gestiti, a Reggio, «sono stati i migliori per argomenti trattati e per l’afflusso entusiastico di reggine e reggini». Certo, io non recito, non improvviso e non mi baso su Wikipedia: parlo, con passione pedagogica e democratica, solo di cose letterarie che conosco e su cui ho scritto. E la gente capisce.

[omissis]

Mia madre, i miei amici e qualche grande maestro (Antonio Mazzarino) mi esortavano, a volte, a fin di bene, affettuosamente, a porre un freno alla mia «ingenuità». Purtroppo, non ci sono ancora riuscito e non ci riuscirò mai: «Cu nasci tundu non mori quatru».

Non accademici saluti

Giuseppe Rando.

 

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