Io che ho sempre privilegiato la discrezione sociale (per timidezza o per riserbo marinaresco), ieri e avantieri sono stato al centro di due eventi che mi hanno piacevolmente frastornato.

Avantieri, nel salone dell’Istituto Sant’Ignazio, supportato da un impeccabile Angelo Miceli, presidente di ADSeT, e dall’esimia direttrice dell’Istituto stesso, ho avuto modo di dialogare con Sergio Di Giacomo, partendo da un mio recente libro sul grande Giacomo Leopardi, di fronte a un pubblico affettuoso e competente.

Niente di eccezionale, si direbbe. Sono infatti abituato a parlare (dopo quarant’anni!) davanti al pubblico e continuo a lasciarmi prendere dall’entusiasmo nel momento stesso in cui sento di avere stabilito un contatto di solidarietà col pubblico stesso: ripeto spesso, con convinzione, che «non sono il tipico professore universitario che si parla addosso (magari con eloquio di maniera) ignorando la presenza e le esigenze dell’uditorio».

Senonché, per qualche favorevole congiunzione astrale o per un mio eccezionale stato di forma fisica o per l’atmosfera cordiale che si respirava nel convegno o per tutte queste (e altre) cose insieme, avantieri il mio discorso ha suscitato reazioni di consenso particolarmente calorose. Ero, per l’appunto, confuso e intimidito, di fronte a tanti elogi. Di cui ringrazio cordialmente tutti gli amici e i colleghi presenti.

Ieri, in aggiunta, mi si sono rivolte, davanti a un folto pubblico, convenuto nel cinema Lux di Messina per assistere alla prima de “Il giovane La Pira” (cui, per puro caso ho preso parte), lodi clamorose che non avevo mai sentito prima: «Giuseppe Rando, un professore colto e buono»; «Un’eccellenza messinese» et similia. Sarebbe arrossito anche uno meno timido di me. Forse, ha influito il fatto che un mio improvvisato discorso agli alunni-attori in una classe della ex Facoltà di Giurisprudenza chiude il film. Grazie, tuttavia, di cuore a tutti gli estimatori (alcuni del tutto sconosciuti da me).

Certo, il caso è proprio strano: ho scritto decine di libri di prima mano, anche «innovativi» a giudizio di accreditati colleghi continentali; ho riportato alla vita (editoriale) opere smarrite o dimenticate di scrittori maggiori e minori, anche meridionali e siciliani, in ispecie; ho supportato alcuni poeti e scrittori locali, ma sono subissato di elogi per una modesta parte di attore in un film interessantissimo, sia pure.

Sono strano io? O è strana Messina (nonostante le sue oggettive bellezze e ricchezze culturali)? O non è piuttosto strana la Messina accademica e dirigenziale?

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