Una vita passata «a rincorrere il vento», come diceva il poeta genovese, con la consapevolezza di avercela fatta nonostante tutto, ma anche con la malinconia di averla in gran parte sprecata in una città della provincia meridionale, ad altro interessata che non sia l’impegno dei cittadini onesti (i «buoni» di Dante) per l’affermazione della giustizia sociale e per la difesa della libertà.
Solo chi è nato e vissuto in una città della provincia meridionale può capire. E tuttavia scusandomi per l’insistenza con cui ritorno su problematiche che potrebbero sembrare egotiche, solipsistiche, velleitarie, e comunque inopportune mentre il mondo frana da tutte le parti, non smetto di guardarmi attorno: l’intellettuale non è, forse, «l’uomo che guarda» di moraviana memoria?
Non posso, perciò, nascondere, lo sfacelo che vedo da ogni lato: «da unni mi vôto, mi bruciu», come diceva mio nonno, nei rari momenti di sconforto. Né posso ignorare che quelli della mia parte, ed io con loro, non abbiano saputo incidere più di tanto sull’amaro andazzo delle cose: l’inutilità, finora, del nostro impegno, in altri termini, mi avvilisce.
Il meglio della città si era, infatti, visto, per unanime convinzione, negli anni Cinquanta-Sessanta: resisteva l’espansione commerciale della produzione agrumaria e delle essenze con i Bosurgi (unici “eredi” della Sanderson, dopo il terremoto del 1908); vigeva lo sviluppo dell’attività industriale, propiziato dai Cantieri Navali Rodriguez (dove, nel 1956, fu varata la “Freccia del Sole”, il primo aliscafo del mondo); si registrava un notevole incremento del turismo, con la Fiera, la Rassegna cinematografica, l’«Irrera a Mare»; si fruiva dell’avanzamento culturale segnato dalla Libreria dell’Ospe, dall’Accademia della Scocca, dalla «brigata» degli amici (Pugliatti e La Pira in specie) di Quasimodo, vincitore del premio Nobel nel 1959. Erano, difatti, gli anni eccezionali della democrazia allo stato nascente. I miei coetanei ed io abbiamo goduto di quello slancio propulsivo.
Dagli anni Ottanta in avanti, si avviò, per converso, nella città dello Stretto, un generale livellamento-arretramento, segnato dalla stagnazione politico-amministrativa (con una sfilza ininterrotta di sindaci democristiani e/o di centrodestra, interrotta solo dalle sindacature Providenti, Buzzanca e Genovese, poi confluito in Forza Italia), dall’arretramento dell’Università su posizioni “baronali” e familistiche, che la distanziarono enormemente (con le dovute eccezioni) dai traguardi scientifici e didattici del ventennio precedente, dalla crescita a dismisura delle attività terziarie (con il conseguente prevalere degli egotici, regressivi comportamenti piccoloborghesi della maggior parte della popolazione messinese). Né – bisogna ammetterlo – le forze politiche più responsabili seppero smuovere le acque, attirare i giovani, proporre alternative: si rilevarono, casomai, capaci di gestire le solite, stentate pratiche burocratiche, con qualche rara eccezione sia pure (De Pasquale, Bottari). Incapacità delle minoranze? O che?
Oggi, qualche piccolo segno di risveglio c’è, fortunatamente, ma in una struttura tuttavia lenta, pachidermica e attardata: va, comunque, opportunamente evidenziato, insieme con i ritardi e le inadempienze antiche e moderne.
Permane, purtroppo, in città, il ristagno connesso con l’assenza di ogni attività industriale, con la penuria dell’artigianato, con la drammatica assenza di posti di lavoro che spinge i giovani messinesi a lasciare il «loco natio» per realizzarsi altrove: si legge, nelle ricorrenti inchieste giornalistiche nazionali, che Messina è, nell’ultimo trentennio, la città più spopolata d’Italia. Persistono anche i segni tipici della provincia addormentata: un solo quotidiano cartaceo, nessuna rivista letteraria, nessuna rivista scientifica, nessun evento culturale di respiro nazionale, nessun festival, nessun premio cinematografico, artistico, letterario che superi i confini regionali. E tutti (o quasi) gli intellettuali a bearsi di qualche modesto successo editoriale, credendo di vivere nel migliore dei mondi possibili. Ma sempre in perfetta solitudine, rifuggendo da ogni intento associativo.
Fa sperare certamente la ripresa, negli ultimi anni, del turismo di massa, culminata con l’assegnazione, nel 2025, della Bandiera blu alla Città Metropolitana per le acque balneari e i servizi offerti negli undici chilometri della costa: notevole anche la sempre più massiccia presenza nel porto di navi da passeggeri, nazionali e internazionali.
Tra le poche positività messinesi del Terzo Millennio non si può non ricordare, infine, la fioritura delle associazioni culturali, insieme con la presenza di un gran numero di poeti, alcuni dei quali mostrano le giuste credenziali per affermarsi anche fuori degli angusti limiti provinciali. Di recente si assiste, peraltro, ad un risveglio, anche nella città dello Stretto, della partecipazione spontanea a manifestazioni di massa in difesa dello sviluppo sostenibile, contro il famigerato ponte di Salvini e contro la politica rinunciataria del governo relativamente alle guerre in atto.
Vanno, inoltre, nel senso giusto i riconoscimenti ufficiali di alcuni apprezzati Licei e Istituti Superiori della città e della provincia, che si segnalano per le innovazioni didattiche e formative: segno tangibile di un rinnovamento in atto nel settore cruciale della scuola.
Più timidi segnali di cambiamento vengono dall’Università, dove solo due professori della famosa ex Facoltà di Legge primeggiano nel giornalismo nazionale e negli alti livelli istituzionali, laddove molti (i più) tirano a campare fasciati nel conformismo accademico e pochi si pavoneggiano nei fatui ruoli del potere universitario o nei ridicoli posti di vertice di pretenziose accademie e di associazioni (poco) culturali. Resistono, tuttavia, nel conformismo generale, i paladini dell’Università basata sul merito e sulla trasparenza: qualcuno di loro si sottrae alle logiche verticistiche suddette, mentre consegue, addirittura, nel suo campo, risultati giudicati innovativi in Italia e all’estero, ma purtroppo non incide più di tanto in loco (forse perché ha la schiena troppo dritta).
Non bisogna tuttavia rassegnarsi.