Meglio tacere o parlare? Negli anni della mia entusiastica formazione democratica, non avrei mai creduto che, in vecchiaia, nell’Italia del Terzo Millennio, dopo ottanta anni di democrazia «incompiuta» (Aldo Moro) ma reale, mi sarei posto questo problema, a stento ipotizzabile persino in una dittatura. Eppure, in questi ultimi tempi, me lo pongo, sia sul piano politico, generale, sia sul piano culturale e professionale: vale proprio la pena che, in una città periferica, indolente, attardata, come è oggettivamente Messina (nonostante qualche positivo segnale di cambiamento), e in una nazione asservita, in buona parte, a logiche autoritarie, sovranistiche, qualcuno continui a denunciare quel che non sembra giusto e a perorare senza fine – da tardivo liberal-socialista – giustizia e libertà? E chi sono io, Leonardo Sciascia? O non piuttosto un povero Don Chisciotte?

L’amara sensazione di solitudine è, invero, crescente, in me (e forsanche in molti altri intellettuali disorganici): in provincia, i cittadini vivacchiano, perlopiù, nei loro egotistici circuiti piccolo-borghesi; i rari scrittori “impegnati” non sembrano rendersi conto della gravità della situazione e continuano, come se nulla fosse, a pubblicare innocui saggi, racconti, poesie; sul piano nazionale – per sintetizzare al massimo una problematica che più ampie riflessioni richiederebbe –, l’opposizione non riesce a trovare le vie dell’unione, gli artisti tendono a evadere nel mondo dei sogni o dello cronaca spicciola; gli scienziati sonnecchiano; gli intellettuali latitano o inseguono usurate ideologie: c’è addirittura chi si professa di ultrasinistra e fa discorsi di destra-destra («Putin ha ragione», «Zelensky ha torto»; «I vaccini uccidono»).

Certo, l’avvertenza della totale inutilità (o quanto meno del velleitarismo) di qualche intervento isolato è crescente. Però, il rischio di un’irreversibile involuzione autoritaria del sistema è altissimo: la democrazia – lo sappiamo bene – non è eterna, va costruita giorno per giorno; bisogna, dunque, che ognuno faccia la sua parte.

Resistiamo, dunque, con la prospettiva, forsanche illusoria, di opporci – nel nostro piccolo – ai padroni del vapore e con l’illusione (sia pure) di evitare danni maggiori ai nostri nipoti. Resistiamo e lasciamo «pur grattar dov’è la rogna».

 

***

 

Per contribuire alla conoscenza, senza paraocchi, di certe  stranezze locali, mi piace, in primis, pubblicare uno scambio internettiano con alcuni interlocutori messinesi, seguito alla presentazione, presso la Galleria “Lucio Barbera” di Messina, del volume “Archivio Salvatore Quasimodo”. Vi è sotteso un atteggiamento “accademico” messinese simile – distrazione? – a quello evidenziato, qualche settimana fa, sempre nella città dello Stretto, in occasione di un convegno pascoliano.

Mi pare anche opportuno premettere quanto vado ripetendo, da qualche decennio, a proposito del mio modo di intendere a praticare l’attività didattica e scientifica, in un contesto storicamente non molto sensibile a tali modalità:

 

Ho sempre inteso e praticato la cultura come trasmissione di cultura e la ricerca scientifica come attività finalizzata all’acquisizione di contributi oggettivi alla conoscenza. Ho, nel contempo, cercato di superare, se non di abbattere, da speranzoso neoilluminista, lo steccato che normalmente divide la cosiddetta cultura alta da quella della gente comune.

 

Ed ecco, ora, per sommi capi, il mio recentissimo scambio internettiano:

 

Autore Giuseppe Rando

Gent.ma dott.ssa Pipitò, mi fa piacere risentirla. Ero fuori città. Ma sono – diciamolo – sorpreso di ricevere solo ora la notizia dell’evento quasimodiano. Ricordo con piacere di avere dato il mio modesto contributo di studioso (con saggi e volumi pubblicati), alla conoscenza e alla fruizione dell’opera, anche giornalistica, del nostro poeta. Meno di un mese fa, ho peraltro partecipato con un articolo su “Quasimodo traduttore e traduttologo” a un convegno romano. Avrei rivisto con piacere anche la dott.ssa Tripodo, i Mastroeni e la dott.ssa Nuccia Di Gennaro. Pazienza. Me li saluti lei, cortesemente, se li vede o li sente. Misteri della città di Messina. Spero di poterla rivedere, in qualche altra occasione.

Angela Pipitò Giuseppe Rando Carissimo professore, la ricordo sempre con grande piacere anche per la sua competenza e disponibilità nel fare parte più volte della Commissione giudicatrice per il Premio di poesia Salvatore Quasimodo. Mi dispiace sinceramente per questo disguido non voluto. Spero di poterla sentire presto.

 

Mario Gaziano Giuseppe Rando complimenti

 

Autore Rita Capodicasa

Gentilissimo professore, pur non conoscendola personalmente, ho avuto modo di apprezzare e di fare tesoro del suo recente contributo su Quasimodo traduttore e traduttologo nonché tutto il suo percorso lungo e fruttuoso sugli studi quasimodiani. Io sono arrivata a Quasimodo tramite lo studio del compositore Michele Lizzi e spero di dare il mio valore aggiunto con ricerche ancora da sviluppare e approfondire. Mi auguro di vederla in presenza perché sono sicura ci saranno altre importanti occasioni!

Giuseppe Rando Rita Capodicasa Grazie. Spero anch’io di poterci incontrare: il dialogo (soprattutto interdisciplinare) è fondamentale in ogni seria attività di ricerca. Secondo i miei amici, io sarei portato, per natura, alla comunicazione. Ma mi pare di poter dire che nell’Università (di Messina?) prevalgano comportamenti solipsistici se non egotistici. Buona serata.

 

Riccardo Viagrande Congratulazioni!

Giuseppe La Rosa Complimenti

Roberto Tusa   Congratulazioni!

In questo frangente, non posso lasciarmi sfuggire l’occasione per consigliare ai giovani studiosi seri di non scoraggiarsi, di non accettare mai i criteri “mimetici” dominanti, ma di voler seguire il mio – e non solo mio, fortunatamente – metodo di ricerca che può anche diventare un vantaggioso modello professionale. E mi si lasci dire che solo giovani animati da un forte spirito di ricerca “di prima mano” dovrebbero intraprendere la carriera universitaria: certamente, non coloro che confondono la ricerca scientifica con la ripetizione di tesi o scoperte già fatte.

Spero tuttavia, sinceramente, che questi minuti consensi spontanei al mio onesto lavoro non producano eccessi di bile e mal di fegato ai pochi mediocri a cui forse i miei studi innovativi «fanno ombra». Ah! Messina.

Vale forsanche la pena di ripubblicare, a testimonianza della mia correttezza istituzionale e della mia naturale apertura al dialogo, questa lettera:

Illustre Rettrice,

avendoLe, nel recente passato, fatto omaggio di qualche mio libro, mi pregio di comunicarLe che ho scritto e pubblicato, qualche mese fa, ad Alessandria, in una famosa collana fondata da Giorgio Bárberi Squarotti e diretta da Valter Boggione (con un Comitato Scientifico colmo di insigni studiosi italiani e stranieri), “Il nido di Pascoli sullo Stretto. «La sanzione della morte», il nulla e la pace”; mi piace aggiungere che su Pascoli, ho peraltro pubblicato, recentemente, in «Letteratura e Pensiero» 21 (2024), un articolo intitolato “Giovanni Pascoli e la Messina «cosmopolita» di fine Ottocento”.

Pur rendendomi, altresì, conto, illustre Rettrice, di essere (o di apparire) velleitario e inopportuno, oso inviarLe anche l’intera intervista fattami da Pippo Isgrò, nella sua televisione locale, e da me trascritta sulla pagina: Lei ha, certamente, altre cose più importanti cui far fronte e un professore ordinario in pensione non può permettersi di rubarLe tempo prezioso. Voglio tuttavia sperare che Lei riesca a trovare, magari tra qualche mese, un minuto per gettare uno sguardo su questo – forse inutile – scritterello: è la testimonianza di uno studioso messinese, intellettuale democratico, da sempre animato – nella nostra bellissima ma spesso inerte città – dal bisogno di comunicare, d’interagire con l’ambiente e di contribuire (possibilmente) al progresso della scienza e al miglioramento della società. Non per niente, uno dei miei amici – il più bizzarro – dice che sono un professore universitario competente ma atipico.

Mi permetto, infine, di chiederLe, gentilissima Rettrice, un veloce appuntamento in Rettorato, affinché possa farLe omaggio del mio ultimo libro pascoliano e dell’articolo pure pascoliano cui ho accennato qui sopra.

Con deferenza, resto in attesa di un Suo gradito riscontro.

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