Sciascia pensava che «a vederle, le cose si semplificano», mentre «noi abbiamo bisogno di complicarle, di farne complicate analisi, di trovarne complicate cause, ragioni, giustificazioni» (“Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia”). Il che non significa, ovviamente, che il Racalmutese scoraggiasse gli studi e le ricerche su un fenomeno complesso: invitava piuttosto a guardarsi da analisi troppo complicate (che, magari, «le cose» non fanno «vederle»); è questione di misura, in fondo.

Sulla scorta di Sciascia che ho sempre considerato uno dei miei maestri effettivi, io ritengo che, di norma, le persone intelligenti semplificano (senza banalizzare) mentre, per converso, gli imbecilli complicano le cose: un assioma frequente e gradito – mi dicono i miei allievi – nelle mie lezioni universitarie.

Ora, mi capita, da alcun tempo in qua, di essere interpellato da amici e parenti, in questo angolo attardato del mondo, sulle responsabilità o meno di Putin e sul controverso fenomeno del putinismo. Talché, se non sono preso e travolto dai miei molteplici impegni, rispondo puntualmente cercando di essere il più possibile ancorato ai fatti e guardandomi (fin dove so e posso) da eccessi ideologici.

Alla fine, però, arrivo sempre alla stessa conclusione: Putin è l’ultimo – speriamo – in ordine di tempo, dei dittatori del Novecento (Hitler, Mussolini, Stalin), checché ne dicano gli estremisti di sinistra(?), come Orsini, Travaglio e Santoro, e gli estremisti di destra(!), come Belpietro e i suoi sodali de “La verità”.

Addirittura, il 7 aprile del 2023, rispondendo, su FB, a un caro amico che invocava (giustamente) la pace, ma si dissociava dalla politica di sostegno, anche militare, all’Ucraina (attivata da parte dell’Europa, della NATO e degli USA), e si diceva d’accordo con Orsini, avevo scritto:

 

Sì, caro amico, nessuno vuole la terza guerra mondiale, ma per me – e, presumo, per chi non chiude gli occhi di fronte alle lotte e alle sofferenze patite dagli uomini, nel corso lungo dei secoli, per passare dalla servitù della gleba alla democrazia – «meglio morti che servi». Orsini mi pare il tipico accademico che confonde le vie faciliores dell’eterodossia apparente con la seria ricerca scientifica. […].

 

Aggiungevo, quindi, ad abundantiam, una sorta di filastrocca antifrastica che avevo appena inventato:

 

Gli asini volano

I vaccini uccidono

Gli Ucraini hanno torto

Putin ha ragione

Il sole sorge a Occidente

 

Due giorni dopo, avendo sentito Carlo Revelli, che ripeteva, nella trasmissione “Le Parole” di RAI 3, il ritornello della pace da ripristinare e dell’Europa colpevole di mandare armi in Ucraina, avevo scritto qui, su FB, questo breve commento:

 

Mai sentito niente di più illogico: se l’occidente non manda armi all’ Ucraìna, la Russia si prende l’Ucraina e non solo; quindi non si combatte più e c’è la pace, la pax russa, invero. Ma evidentemente per gli Ucraìni e non solo per gli Ucraìni, la morte è preferibile alla pax senza libertà.

 

E, qualche giorno dopo, commentando positivamente, sempre su FB, il post di un collega che presentava un famoso libro di Umberto Eco, “Interpretazione e Sovrainterpretazione” avevo aggiunto:

 

Credo che riuscirebbe utile ed istruttivo anche per “pensatori” come Carlo Rovelli e Alessandro Orsini ancorché non facciano critica letteraria: il senso del limite di Umberto Eco, contro tutte le prevaricazioni della Teoria (assunta in astratto come modello universale) sulla Pratica, è magistrale everywhere

 

Martedì scorso, infine, avevo seguito, non credendo alle mie orecchie, il suddetto, stracitato, osannato, contestato (?) Orsini che pontificava nella trasmissione “Carta bianca”, e ho scritto pacatamente queste poche righe:

 

Ha una faccia da seminarista, ma è chiaramente un accademico innamorato di sé e della sua disciplina, tanto da credere che solo essa possa spiegare il mondo. Epperò si degna di insegnarla al «colto e all’inclita», con molto sussiego, senza dissimulare il «gran dispitto» con cui – dall’alto delle sue cattedre (anche una americana, parrebbe) – guarda all’Italia e agli Italiani in blocco.

Mi fa pensare a quei critici letterari che, mezzo secolo fa, si erano ubbriacati di Strutturalismo e imperversano in tutti i convegni: anch’essi, prima di incominciare a parlare, spiegavano agli “ignoranti” le formule che avrebbero loro consentito di definire, una volta per tutte, scientificamente, la Poesia.

Moderazione ci vuole, invero, e discernimento, come insegna l’accademico che introdusse in Italia la Semiologia, ma contestò certi eccessi semiologici.

 

È seguita, intorno al 25 aprile, un’assurda, impensabile questione sulla Resistenza che, per intellettuali e giornalisti della «Sinistra autoritaria» (!), sarebbe stata, in Italia, diversa da quella dell’Ucraina, la quale non si dovrebbe definire Resistenza tout court. Addirittura, l’Ucraina sarebbe tutta nazista (non Putin che invade uno stato indipendente e avvelena gli oppositori interni), perché nazista sarebbe Zelensky, che si appoggerebbe al reggimento Azov, notoriamente nazista. Donde, la solita tiritera contro la NATO e gli USA che, invadendo paesi confinanti con La Russia, ne causerebbero le giustificate (?) ritorsioni. E giù sofismi a iosa, eziologie lambiccate, teoremi cervellotici e fuori dalla realtà. Ho chiuso, nonostante la mia abituale mitezza, indignato.

Pochi giorni dopo, sono ritornato sul “caso Orsini”, pregiandomi di pubblicare il brano seguente dell’orazione “Agl’Italiani” di Giacomo Leopardi:

 

Ma l’Italia poteva ella considerare il conseguimento della sua indipendenza come possibile? A costo dei più grandi sacrifìzj, poteva ella sperare di ottenere l’intento? Taccio delle immense forze della lega Europea, interessata all’abbassamento di chi volea farsi nostra guida, una parte delle quali avrebbe mandata a vuoto ogni nostra intrapresa. Taccio delle difficoltà di spogliare tante Reali famiglie dei loro antichi diritti, della sicura inazione della massima parte degl’Italiani, del credito vacillante dell’armata che favoriva la rivoluzione. Dopo aver superate tutte le opinioni, dopo aver fatto tacere tutti i diritti, dopo avere eccitato negl’Italiani un solo spirito, averli tutti riuniti sotto le stesse bandiere, averne formato un solo esercito, dopo avere respinte tutte le armate straniere al di là delle Alpi, l’Italia nulla avrebbe ottenuto.

 

Il Recanatese riteneva, in altri termini, che un’eventuale rivoluzione degli italiani, guidata da Gioacchino Murat («chi voleva farsi nostra guida»), contro gli Austriaci, fosse del tutto irrealistica, e non avrebbe mai potuto conseguire, nonostante i «più grandi sacrifìzj», i risultati sperati.

Era, in effetti, quello del Contino diciassettenne (l’orazione “Agl’Italiani” è del 1815), perfettamente educato (e de-formato) dalla cultura papalina, antiliberale e antilluministica del padre, un chiaro, miope moderatismo, che – notava giustamente Achille Tartaro – «gabella per buon senso la propria sostanziale meschinità». Ancora per tre anni – sia detto en passant – Giacomino sarebbe stato irretito dentro tale retrograda visione del mondo e solo nel 1819 avrebbe cominciato a liberarsi dal classicismo, dal cattolicesimo papalino, dall’antilluminismo e dall’antiromanticismo di cui si era nutrito fin da bambino, per approdare alla rivalutazione dell’Illuminismo e quindi al Materialismo e al Nichilismo delle Operette morali e delle grandi canzoni della maturità.

Ma quel che mi preme qui sottolineare è la perfetta identità, mutatis mutandis, della posizione del giovane Leopardi papalino, austriacante e antiliberale con quella dei vari Orsini, Revelli, Cacciari, Canfora, nonché di molti esponenti della cosiddetta «sinistra autoritaria» e della destra più o meno estrema (per non dire di Travaglio e dei suoi seguaci) relativamente alla lotta dell’Ucraina contro la Russia di Putin, che è, peraltro, oggettivamente, l’ultima, più chiara e inequivocabile manifestazione del fascismo nel mondo.

Non siamo, dunque, ancora oggi, di fronte allo stesso miope moderatismo «che gabella per buon senso la propria sostanziale meschinità»?

Da ultimo, il mio collega e amico Marco Sterpos da Montevarchi, notava giustamente, contro i «pacifisti» italiani di Destra e di Sinistra, che «la Finlandia cerca l’ombrello della NATO, per ottenere protezione» proprio perché «sente come una grave minaccia» la Russia putiniana, e che «anche gli svedesi vogliono […] entrare nella Nato»: non è, insomma, la NATO che invade, ma sono i paesi che temono di essere invasi (dalla Russia) a chiedere liberamente, a grandissima maggioranza popolare, di entrare nella NATO.

Condividendo pienamente la sua tesi, ho aggiunto il commento che segue, col quale prendo definitivamente congedo da questa assurda diatriba imbastita da giornalisti di ventura per motivi di cassetta (capiscono che c’è, in Italia, più del 30% di elettori in libera uscita dai partiti tradizionali e cercano di  accaparrarsene i consensi e gli acquisti soffiando sul fuoco), ma anche da intellettuali accecati dal fumo dell’ideologia e da professori universitari che sembrano avere perso completamente il contatto con la realtà: Ou sont les neiges d’antan?

 

Quello che più mi colpisce è la perfetta identità di vedute, al riguardo, della Destra estrema e della Sinistra che chiamano autoritaria: «coincidentia oppositorum»?

Sarà, forse, la mia posizione (obbligata ?) di siciliano lontano sempre e da sempre da ogni potere e da ogni centro di potere, nonché empiricamente refrattario (dai tempi di Gorgia da Lentini) a ogni seduzione ideologica, palingenetica (conosco da sempre i guai reali della vita, della gente, e frequento, da quando ero bambino, terre, cieli, mari anche in tempesta, nonché soprusi, povertà, malattie e morti strazianti, per concedermi facili illusioni), ma pur essendo democratico già a livello cromosomico – direi – e “di sinistra” da quando, sessantottino, comiziavo a Cariddi contro la corruzione democristiana e mafiosa, non capisco affatto come si possa perdere tempo dietro elucubrazioni astratte, insensate (magari con la pretesa di seguire chissà quali profonde motivazioni ideologiche, scientifiche e o filosofiche), di fronte a fatti di una evidenza tale che non si è mai vista in tutta la storia antica e recente. Bisogna “semplificare” (non banalizzare), come diceva Sciascia: c’è un imperialista aggressore e un popolo sovrano aggredito. Tutto il resto si può considerare vacuo, come «le chiacchiere e le tabacchiere di legno», che quel pirata di mio nonno considerava del tutto inutili.

 

Rileggo, oggi, mercoledì 27 marzo 2024, per caso, questi post e li ri-sottoscrivo: sono attualissimi. Oggi si dovrebbe solo considerare, in aggiunta, l’infame atto terroristico di Hamas, del 7 ottobre 2023, con la conseguente, eccessiva reazione di Israele (e con l’esasperazione del conflitto tra Palestina ed Israele), che rischia di far definitivamente saltare l’unico, risolutivo progetto – «due popoli e due stati» – caro ai democratici di tutto il mondo.

Anche in questo caso, peraltro, si assiste al capovolgimento della realtà da parte degli estremisti di destra e di sinistra. Perciò, la mia originaria filastrocca antifrastica andrebbe aggiornata, in questi termini:

 

Gli asini volano

I vaccini uccidono

Gli Ucraini hanno torto

Putin ha ragione

Israele ha torto

Hamas ha ragione

Il sole sorge a Occidente

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