Quand’ero ragazzo, osservavo divertito che le persone anziane, abitualmente dialettofone, all’improvviso cambiavano registro e parlavano in italiano, soprattutto quando si innervosivano per qualche nostra piccola o grande marachella, e assumevano un piglio magistrale, altisonante: «E non mangiare più assolutamente ficadindia gerbi».

Per converso, mi capita, da qualche tempo in qua, di pensare che il dialetto, per la sua naturale carica antiretorica, ci aiuti a scansare le insidie dell’enfasi, ma anche dell’autocommiserazione e/o dell’autocelebrazione.

E mi tornano in mente due locuzioni dialettali che mio nonno profferiva, abitualmente, con disinvoltura, quasi volesse, sardonicamente smontare, con le parole, la situazione spiacevole in cui veniva talvolta a trovarsi: 1) «Aunni mi votu, mi bruciu» («Dovunque mi giro, mi scotto»), per dire, con un pizzico di sarcasmo, che non si aspettava alcun sostegno dagli altri, nemmeno da amici e parenti; 2) «Cu non mi vôli non vali» («Chi non mi vuole non vale [niente]»), quando – ingiustamente maltrattato – si difendeva attaccando, ma col mezzo sorriso sulle labbra. Notavamo, invero, che finiva perlopiù con l’accettare realisticamente, forse fatalmente (aveva l’aspetto di un arabo: alto, magro, capelli neri nonostante la vecchiaia, colorito scuro della pelle), la realtà. Da siciliano «sputatu» (perfetto), diceva, infatti, di fidarsi solo dell’esperienza sua e degli altri cariddoti (contro ogni astrazione metafisica e/o ideologica), anche se – notavamo noi saputelli – non aveva mai sentito parlare di Locke: «Ccà semu e ccà calamu a rizza», ovvero: «Siamo qua [in Sicilia, al Faro Cariddi, non nella «Merica»] e qua caliamo  [dobbiamo calare] la rete», se vogliamo buscarci il pane: un moderatismo che sfiorava, invero, la rassegnazione, ma non astratto tuttavia.

Ora, anch’io – che vivo ancora in Sicilia, a Messina, e non a Milano, né a Parigi, né a Londra, né nella «Merica» – reagisco, abitualmente, alle contrarietà della vita, con la stessa sardonica o ironica disposizione mentale di mio nonno. Il che non può che comportare due sole spiegazioni: o io sono arretrato di cento anni o Messina non è molto cambiata da quella che era cento anni fa.

Certo, io lotto, invito i miei concittadini, i miei familiari e i miei allievi alla resistenza (ho addirittura pubblicato un libro “Resistere a Messina”), collaboro, da anni, come posso, con quanti lottano nella società civile, nei partiti democratici, nell’Università contro il degrado. Ma, alla fine, davanti allo sfacelo che pare imminente, non mi abbatto: «Ccà semu e ccà calamu a rizza», resisto appunto,  in loco, senza piegarmi al peggio.

Allo stesso modo, se la mia inesausta attività didattica e scientifica (apprezzata – devo dire, senza iattanza – in all over the world) suscita l’invidia di qualche mio collega, me ne faccio presto una ragione e chioso, sardonicamente, come quel pirata di mio nonno: «Cu non mi vôli non vali».

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