L’autobiografia di Paolo Piccione, già presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana

maggio 15th, 2017

 

 

 

È un libro multipolare, ricco di eventi, di volti, di personaggi, di idee, di emozioni, di volizioni, di pensieri, di sentimenti, questo che Paolo Piccione, fiero delle «sfide» affrontate, dei successi conseguiti, ma anche degli ostacoli e dei dolori pervicacemente superati, dà alle stampe con intenti più costruttivi che memoriali (Ritorni. Autobiografia di un talloner, Pungitopo, Messina 2016). Difatti, il narratore-autore, pur essendo fortemente motivato dal desiderio di ricordare i fatti salienti della sua vita (da studenteddu-pescatore di Torre Faro a Presidente dell’ARS) e di preservare dall’oblio, con la scrittura, la vita delle persone care che non ci sono più, guarda, in effetti, più al futuro – dei figli, dei nipoti, dei giovani cui non va sottratta la conoscenza esperita dai padri – che al passato, negato, d’acchito, come luogo dell’elegia o dello sterile rimpianto, magari caro ai poetanti. Il che basterebbe da solo a suggerire al lettore l’idea che Ritorni si colloca, di fatto, nella strada maestra della grande letteratura, la quale non già a idoleggiamenti formali o narcisistici mira, ma alla conservazione del meglio della vita e alla comunicazione-trasmissione di valori.

È questo, peraltro, un libro che, come succede di norma alle opere ben fatte degli uomini, assomiglia molto al suo autore: estroverso, generoso, non reticente e tuttavia contrassegnato da grande moderazione politica e umana, nonché addolcito da virile, garbata e talvolta amara ironia. Un libro che denuncia, inoltre, chiaramente, nelle sue pagine fitte ma illuminate dalla volontà del protagonista di «salire scalini», la sua fondamentale ascendenza marinara.

Non si è mai visto un marinaio, un pescatore che, affrontando il vento, le onde e il corso delle maree, guardi indietro: l’occhio e l’attenzione dell’uomo di mare sono sempre puntati in avanti, sullo scoglio da evitare, sull’ostacolo da scansare, sulla corrente da assecondare, sul vento da sfruttare, sulla meta infine da raggiungere. Né sono consentiti individualismi di sorta sul mare: al contrario, in ogni barca, patruni, omini e muzzu (ragazzetto di primo pelo) lottano insieme, senza differenze gerarchiche o generazionali, uniti e perfettamente solidali contro il nemico comune. Non sarebbe, però, strano se tali attitudini, sociologicamente acclarate, siano addirittura entrate nel corredo cromosomico della gente di mare.

E Paolo Piccione non fa misteri delle sue origini marinare e della sua educazione marinaresca, condensata negli insegnamenti del nonno, del padre, della madre («Guarda sempre a quelli migliori di te») e iconizzata nella ntinna con i suoi scalini, da lui stesso assunta come metafora della vita. Lo stesso, «forte […] senso di appartenenza a un gruppo», avvertito da Paolo Piccione adolescente sulla spiaggia o sulla barca del nonno a Torre Faro e mai dismesso, è sintomatico della cultura marinaresca locale: non è affatto strano, né puramente scenografico, dunque, il fatto che il suo libro si apra e si chiuda sulla Punta di Torre Faro, presso la casa di «nonno Paolo», di fronte a Scilla.

Si è che Ritorni, prima esaustiva autobiografia di un uomo politico di governo, e in ispecie di un intellettuale socialista, siciliano che del riformismo «acomunista» ha fatto la bandiera della sua vita e della sua azione politica, scavalca i normali ambiti delle autobiografie canoniche, centrate, di norma, sulla individualità dell’autore (senza particolari concessioni al gruppo, al milieu d’appartenenza), assumendo, peraltro, volentieri i connotati della prosa narrativa, se non del romanzo tout court; anche il linguaggio discorsivo (con parziali aperture al dialetto), del tutto immune dagli eccessi dello «stile sostenuto» (Lejeun), che sarebbe proprio del genere autobiografico, lo distanzia, senza meno, dalle autobiografie tradizionali.

Vieppiù prezioso si rivela, però, sul piano documentario, il libro ove si consideri che non esistono autobiografie di uomini politici di governo della prima repubblica, laddove il genere pare voglia essere maggiormente praticato dai politici della seconda repubblica: esce in questi giorni l’autobiografia di Michele Emiliano, magistrato, governatore della Puglia, e candidato alla Segreteria del PD, insieme con Andrea Orlando e Matteo Renzi, col titolo Chi non lotta ha già perso. Sono invece di due letterati insigni – sia detto en passant – le recenti autobiografie di Alberto Asor Rosa (L’alba di un mondo nuovo) e di Franco Fortini (Un giorno o l’altro). Nel genere autobiografico spiccano, ancora, com’è noto, le opere di Benedetto Croce, di Edgar Morin, di Francesco Alberoni, di Roland Barthes, di Georges Perec e dell’attualissimo Emmanuel Macron, per citare a braccio e per non dire della Vita scritta da esso del mio Alfieri. Sono questi i più vicini compagni di viaggio – volendo – di Paolo Piccione, il quale, a onore del vero, tiene bene il campo e non sfigura affatto.

Certo, come tutti i grandi libri, Ritorni presenta diversi piani di lettura. Si legge in primis come un romanzo di formazione (Bildungsroman) per il forte lirismo, giocato su toni più creaturali che nostalgici, che connota la rievocazione dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autore: il nonno materno, la mamma («Bravissima ricamatrice, cuoca sopraffina ,[…] apprensiva e protettiva»), il padre (figlio di un contadino di Torre Faro, emigrante in America dal 1907 al 1911, «uomo curiosissimo», dotato di «una spiccata personalità», onorato di una medaglia nella prima guerra mondiale, zelante fascista, brigadiere di pubblica sicurezza infine), il fratello maggiore, Lillo (studente del Liceo Classico La Farina, studioso di Croce, militante della Fuci, antifascista, cattolico e democratico) che lo avviò alla cultura riformista, le sorelle maggiori (Pina e Caterina), la sorella minore, Franca, e tutta la nidiata di amici che lo accompagnò nella crescita culturale ed umana, in quegli anni difficili, in cui i «piccoli del ventennio fascista» erano «abituati a ‘credere, obbedire, combattere’». Sono fortemente risaltati nella memoria del narratore, che ricorda e commenta alla luce della sua esperienza di uomo vissuto, episodi cruciali come quello dei bombardamenti del 1943, lo sfollamento della famiglia Piccione, oramai allocata a Messina in via Porto Salvo, nella casa di Torre Faro, la cessazione della guerra e l’esaltante speranza di un mondo migliore. Quindi, la ripresa degli studi liceali e la fine dell’adolescenza funestata dalla morte della sorella Caterina e dalla malattia del fratello Lillo. Segue il trasferimento di Paolo a Torino, per iscriversi al Politecnico e l’incontro vivificante con l’ambiente antifascista torinese, che lo distoglie dalle tentazioni dell’anarchia avvertite in un primo momento. Il racconto delle letture personali di grandi romanzi e di saggi capitali del pensiero democratico-progressista attraversa, invero, il libro in senso verticale e orizzontale, saldandosi con quello delle predilezioni artistiche e cinematografiche dell’autore, nonché con l’amore inesausto per i viaggi che lo accompagna in tutte le fasi della sua vita adulta. Le vicende personali s’intrecciano, peraltro, in un nesso indissolubile, con gli eventi storici, con le grandi svolte politiche e con il commento “attuale” dell’autore che, da indomito intellettuale cattolico e socialista, fa le sue acute notazioni con un occhio aperto sul presente e sul futuro della città di Messina, dell’isola, della nazione e dell’Europa.

Tornato a Messina da Torino «tra il ’51 e il ‘52» per iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza, Paolo Piccione si laurea nell’ateneo peloritano nel 1954 e sposa Rosetta nel 1956: si conclude così, più che positivamente, il periodo della formazione giovanile e si apre un’età nuova con allettanti prospettive professionali e politiche.

Ma s’incunea anche, tra le fitte pagine del libro, il romanzo dell’amore fecondo, positivo, altamente formativo di Paolo e Rosetta, che occhieggia qua e là nel racconto, suggellandolo, di fatto, con una chiusa familiare in cui si narra come i due nonni esultino, il primo settembre del 2016 (tre mesi prima dell’uscita dell’autobiografia), alla notizia che il nipotino Ugo, figlio della figlia, è stato «nominato tra le candidature del Club Tenco». Il racconto dell’amore è fatto senza nulla concedere a romanticherie di maniera o ad ammuffiti perbenismi: colpisce piuttosto la freschezza della rievocazione della genesi (sensuale e spirituale ad un tempo) di questo amore:

Molti sostenevano che sua sorella Alba fosse più carina, ma quando le conobbi entrambe, sul monte calabrese Sant’Elia, a me piacque subito lei.

[…] Rosetta aveva occhi grandi, neri e profondi, dei bellissimi capelli scuri e una pelle luminosa che non ho smesso di ammirare. Così come non ho smesso di apprezzare in lei l’eleganza, l’intelligenza vibrante e soprattutto quella sua capacità di esserci sempre e comunque, nel bene e nel male, e non necessariamente come pio angelo custode, ma come persona dotata di carattere e presenza di spirito.

 

E brilla di una intensa luce propria, nella compagine testuale dell’autobiografia, il romanzo familiare di un intellettuale antifascista, cattolico, socialista, riformista che nella famiglia d’origine, prima, e in quella costruita con Rosetta e con i due figli, Antonella e Vanni, poi, ha sempre trovato il giusto nido, la roccaforte in cui ritemprarsi per sempre nuove ripartenze.

Le pagine che ripercorrono la nascita di Antonella e, quattordici anni dopo, di Vanni sono tra le più limpide nello stile e le più autentiche che sia dato leggere nella letteratura di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

Appena un anno dopo il viaggio di nozze, nel 1957, tenevo tra le braccia la cosa più preziosa che avessi mai visto: mia figlia Antonella. Non so descrivere con esattezza le emozioni che provai quando la vidi per la prima volta, forse perché rimasi assolutamente imbambolato. Diventare padre è una delle esperienze più formative che a un uomo possa copiare di vivere, ma garantisco di non essere stato, sul momento, consapevole. Al primo incontro con quell’esserino vinsero le suggestioni, mentre il sentimento, come spesso accade, si costruì e si chiarificò col tempo.

E poco più oltre:

Avevo desiderato tanto un secondo figlio, ma a tutt’oggi non saprei dire se Vanni […] abbia mai avuto totale cognizione di quanto grande sia stato quel mio desiderio: Anche Rosetta era d’accordo con me pure se, già madre di un’adolescente, dovette vivere oltre che gli onori anche tutti gli oneri della situazione. Io, dati i miei molteplici impegni politici e professionali, di mio figlio, per parecchi anni, ho goduto solo gli onori.

 

Ma Ritorni si legge anche come un ampio, sereno, attendibile saggio politico sul partito socialista italiano, siciliano e messinese, vivificato dall’esperienza diretta, dalla conoscenza capillare dei fatti e dalla moderazione innata – parrebbe – di Paolo Piccione che, nella sua ascesa da consigliere comunale ad assessore, a vicesindaco di Messina, a componente del governo siciliano e a presidente dell’Assemblea Regionale, ha non solo vissuto in prima persona, ma registrato puntualmente tutte le vicende positive e negative del partito di Nenni, dagli anni del primo centrosinistra alla caduta di Craxi, e fino ai nostri giorni. Si dà qui, in altri termini, la possibilità di sentire un’altra campana, un’altra versione sulla vexata questio della crisi del socialismo. Una versione, supportata dalla intelligente intervista finale di Serena Manfrè, che tuttavia non è, né pretende di essere, depositaria unica della verità – la perfezione non è delle cose umane – ma che è certamente oculata ed onesta.

Pare quindi destinato, Ritorni, a diventare un attendibile documento storico, una tessera luminosa delle complesse vicende dell’Italia postbellica dalla Resistenza alla controversa fase attuale della globalizzazione. Paolo Piccione registra anche i fatti recenti, da giornalista attento e da intellettuale riformista, opponendo la forza della democrazia, della ragione, della giustizia, dell’ideale europeo, alle avventure populistiche e razzistiche ripullulanti in tutto il mondo occidentale e alle seduzioni della sinistra sinistrese che pare non volere riconoscere la lezione (antiscissionistica) della storia. Anche in questa veste storico-politica, l’autore si sottrae tuttavia alla logica del vano rimpianto del passato, e della prima repubblica nella fattispecie, di cui non nasconde gli errori e di cui ricorda tuttavia il difficile cammino fatto sulla via delle riforme e della democrazia.

Il rigore – ma anche il coraggio misto a pudore – con cui è infine rievocata la disavventura politico giudiziaria di Paolo Piccione, che conobbe anche l’onta del carcere e che, dopo un decennio di calvario, fu assolto con formula piena da tutte le accuse, «franca» da solo la spesa dell’acquisto, come direbbe Contini.

Talché alla fine, Paolo Piccione ritorna, col supporto di un sogno, alla barca du patruni di nonno Paolo e all’insegnamento della mamma, concludendo con marinaresco orgoglio: «Ho salito gli ‘scalini’ dell’antenna della barca e poi quelli della vita. E quando ho potuto ho anche volato».

 

Giuseppe RANDO

Università di Messina

Per Giorgio Barberi Squarotti

aprile 10th, 2017

Ho appreso la sera stessa del nove aprile, da una commossa Barbara Zandrino, che «Giorgio [Bárberi Squarotti] non c‘è più»: «Sei uno dei primi a cui lo comunico perché Giorgio ti stimava molto, moltissimo, e so che tu gli volevi bene».

Eccezionale, indimenticabile maestro. Giorgio Bárberi Squarotti vive sempre nei suoi vasti saggi sulla letteratura barocca, su Manzoni, su Pascoli, sulla narrativa del Novecento, su D’Annunzio, su tutti i grandi della letteratura Italiana da Dante a Pirandello, su Morante e sui contemporanei. Vive nella sua ricca, varia, incantevole produzione poetica. Vive nel ricordo degli allievi, dei colleghi, degli amici, oltre che dei suoi figli, dei suoi nipoti, dei familiari tutti. Nessuno muore mai, davvero, finché c’è qualcuno che ne conserva la memoria.

Giorgio Bárberi Squarotti: un critico immune dal tarlo dell’ideologia, ma estremamente consapevole delle acquisizioni maturate nell’ultimo cinquantennio sull’accidentato terreno degli studi letterari e portato a sperimentare tutte le chiavi che gli permettessero di aprire lo scrigno dei testi; uno studioso che ha onorato – e onora – l’Università italiana, la sua città e la nazione intera, passando immune tra i gorghi (talora fangosi) dell’Accademia; un Grande assolutamente atipico: mai saccente, mai presuntuoso, mai pavone accademico, mai chiuso in qualche hortus specialistico del sapere, sempre innamorato della nostra professione – la definiva «la più bella del mondo» – e sempre impegnato in una instancabile, entusiastica attività didattica, sempre disponibile, aperto ai contatti umani, sempre lontano – per nobile scelta – dal potere accademico e dalle sue sirene.

Non dico la mia commozione perché rifuggo dal patetico, ma non c’è dubbio ch’io volessi bene a Giorgio il quale, durante la glaciazione restiana – che, sia detto tra parentesi ma a chiare lettere, raggelò l’italianistica universitaria messinese (e non solo) negli ultimi lustri della prima repubblica -, lodò pubblicamente la mia bulzoniana  Bussola del Realismo e accolse generosamente, in una sua collana torinese, la mia prima monografia leopardiana La norma e l’impeto. Studi sulla cultura e sulla poetica leopardiana, esortandomi a presentarmi al concorso per ordinario: «Ma tu, Giuseppe, sei bravo, perché non ti presenti?». E se ne parlo, dopo tanti anni, contravvenendo al mio naturale riserbo, è perché mi pare, questo, un altro modo – più diretto e personale – di ricordare un vero maestro, al di là degli usuali necrologi.

Dirò, dunque, che la stessa domanda – parola più, parola meno – mi facevano, da anni, Giuseppe Petronio, che aveva presentato in maniera lusinghiera la mia prima monografia alfieriana (Tre saggi alfieriani) nella sua laterziana Antologia della critica letteraria del 1986, e Raffaele Spongano che aveva ospitato una splendida recensione a quella monografia nella sua prestigiosa rivista, «Studi e problemi di critica testuale» del 1984. Non conoscevano i tre illustri maestri – ci sono stati grandi maestri nell’Università della prima repubblica, nonostante la glaciazione restiano-democristiana – la situazione messinese, dove i limiti della condizione umana e quelli della struttura baronale-familistica dell’Università si erano, per chissà quale congiunzione astrale, concentrati. Ma di ciò, in altro luogo.

Si sappia, però, ch’io sorretto da Giorgio, da Petronio, da Paladino, da Mazzarino, da molti colleghi e dagli studenti, alla fine giunsi all’ordinariato, dopo avere attraversato – come dicono i miei pescatori, e non sembri un’esagerazione – il mare con gli zoccoli (cioè tenendomi a galla solo sui due legnetti degli zoccoli).

Amenità della prima (e della seconda) repubblica, che qualcuno ancora, purtroppo, rimpiange. Ma io mi vanto di non essere mai stato un professore pleonastico, di avere prodotto – e di produrre – oggettivi contributi scientifici che hanno fatto avanzare gli studi del mio settore disciplinare e di avere trasmesso per più di un trentennio conoscenze e valori – s’insegna quello che si è – ai miei allievi. Ma mi onoro soprattutto di avere meritato la stima di Giorgio Bárberi Squarotti e di maestri veri che, come me, non furono mai contagiati dalla glaciazione restiana.

Viva Giorgio Bárberi Squarotti e l’Università fattiva, operosa, libera e intelligente.

Quando la ricerca scientifica innerva l’attività didattica

aprile 8th, 2017

Per il piacere della comunicazione (costruttiva!), pubblico – col consenso del Direttore Rosario Fodale – la seguente nota redazionale apparsa sulla testata giornalistica on line www.messinaweb.eu il 4. 04. 17.

Nell’ambito del programma della “Associazione Culturale Maurolico”, Il professore Giuseppe Rando ha tenuto ieri la sua attesa conferenza letteraria nell’Aula Magna dello storico Liceo messinese, trattando con lucidità e chiarezza espositiva – nonostante la ristrettezza dei tempi (il personale scolastico “chiude” giustamente alle diciotto) – sei argomenti interconnessi ed estremamente rilevanti:

1)      La rivoluzione – non solo linguistica – di Giovanni Verga che, insieme con De Roberto e Pirandello, ha fondato il romanzo moderno in Italia.

2)      La necessità dell’aggiornamento degli insegnanti, avallato dalla riforma della scuola, dacché, in questo ultimo cinquantennio, le innovazioni intervenute sul terreno della critica letteraria, della didattica della letteratura, della letteratura comparata, delle scienze umane (linguistica, psicologia, sociologia, semiologia in primis) e dei cultural studies hanno modificato profondamente il quadro degli studi letterari e dell’educazione letteraria, producendo nuove forme di fruizione dei testi, che gli studenti hanno diritto di conoscere per non restare spiazzati di fronte alle opportunità di lavoro offerte dalla società tecnologica avanzata. Il professore Rando si è detto assolutamente convinto che studiare letteratura oggi significhi scandagliare il vivificante rapporto tra letteratura e scienze umane, fatta salva, ovviamente, l’autonomia della letteratura e dei suoi indefettibili statuti. Secondo lui, il «professore retore d’antan (caro alle anime belle, estetizzanti), in una con l’asettico filologo», è fuori tempo nonché fuori posto nella scuola di oggi dove si avverte piuttosto l’esigenza del «professore come intellettuale», per dirla con Luperini, capace di trasmettere le nuove conoscenze letterarie e contribuire alla crescita umana, sociale e (domani) professionale dei giovani.

3)      L’adozione da parte degli scrittori messinesi dell’Otto-Novecento, della mimesi linguistica, di verghiana memoria, come mescidazione di lingua e dialetto (Boner, Vitarelli, D’Arrigo, Consolo) e del dialetto tout court (Maria Costa).

4)      La posizione ambigua di Edoardo Giacomo Boner, amico messinese di Pirandello, che fu un acuto intellettuale borghese, di confine: post-verista, da un lato, ma sensibile alle insorgenze dello Spiritualismo di fine secolo, dall’altro. Donde, nelle sue novelle messinesi, l’innesto di proverbi, giaculatorie, preghiere, poesie dialettali, e l’opzione, in antitesi, di una scrittura “alta” (aulica, libresca, “fiorentina”).

5)      La matrice nichilistica di Horcynus Orca, in cui Giuseppe Rando ha, tra l’altro, scoperto una citazione heideggeriana dissimulata nella fitta compagine testuale.

6)      La ricchezza lessicale e l’alta risoluzione stilistica delle puisii e dei cunti di Maria Costa, che è poeta, perché «del poeta possiede una precisa visione del mondo e l’attitudine a tradurla in versi, in musica».

I colleghi intervenuti hanno auspicato che argomenti tanto interessanti possano essere ripresi in altro momento, anche in altra sede.culturale».

Al prof. Giuseppe Rando, a conclusione del fruttuoso incontro, è stata consegnata, dal Presidente della “Associazione Culturale Maurolico”, Prof. Antonio Grasso, una targa gratulatoria «Per l’alta professionalità e il notevole impegno culturale».

 

Lettera a …

aprile 8th, 2017

Ho deciso di uscire definitivamente dal mio riserbo caratteriale e dal guscio in cui mi sono chiuso (lavorando liberamente, fuori dalle camarille e dalle servitù accademiche), per comunicare, da studioso non pleonastico di letteratura, col pubblico vasto dei giovani, degli intellettuali, delle persone colte e/o ancora innamorate della cultura. Sono viepiù convinto, ahimè!, che l’Università – questa Università -  non ha più (se mai l’ha avuto) il primato della ricerca e della cultura.

Incomincio pubblicando la lettera che ho appena scritto al mio collega di Firenze, Gino Tellini: dice molte cose in poco spazio.

Messina, 27 marzo 2017

Caro Tellini,

t’immagino felice, appagato nella tua Firenze – già l’aria di questa città (storia a parte) deve avere effetti particolarmente eugenici: sto pensando all’amico Enrico Ghidetti, ma non ci sono fiorentini (ch’io conosca) tetri, rancorosi, invidiosi, servili, egotici, mafiosi – e non vorrei disturbarti con le mie ubbie di siciliano di probabile origine normanna, libero, estroverso, autentico (dicono gli amici), epperò non particolarmente adatto alla vita delle corti accademiche – voi le chiamate “scuole” – della Trinacria, quantomeno.

Comunque, visto che qualche contatto abbiamo stabilito e che m’ispiri fiducia, mi permetto di farti omaggio delle mie due ultime monografie alfieriane (la rubbettiniana si è conquistata il giudizio di eccellente nella Vqr 2004-2011, propiziando l’eccellenza del settore L-FIL-LET/10 nell’Università di Messina, che è risultata prima, peraltro, in questo settore, nell’Italia centro-meridionale, alla pari con l’Università di Firenze; la reggina, uscita presso Equlibri nel 2015, è stata gratificata di una recensione sul siderale «Corriere della Sera»: queste cose riferisco per presentarti, da sicilianuzzo non protetto, qualche benemerenza oggettiva, con un pizzico – sia pure – di orgoglio marinaresco) e dell’ultima mia monografia leopardiana che si segnala – dicono – per una interpretazione documentatissima, assolutamente inedita e convincente dell’Infinito e per una impeccabile [sic] edizione critica (la prima in assoluto) dell’Orazione Agl’Italiani del Contino.

Come ti dicevo per telefono, data la mia particolare inclinazione per la didattica della letteratura italiana (oltre che per la seria ricerca scientifica, ovviamente), mi auguro che questi miei studi possano finalmente uscire dalla nicchia degli specialisti in cui certi potentissimi baroni – eufemismo – li hanno, di fatto, rinchiusi, non potendoli sopprimere (se non cado in paranoia).

Ove ti venisse voglia di conoscere meglio questo semi-sconosciuto, potresti trovare notizie nel mio blog www.giusepperando.it , dove mi piace pubblicare di tanto in tanto qualche articoletto e qualche lettera aperta.

 

Con moltissima stima e con un pizzico d’invidia per la tua fiorentinità.

Giuseppe Rando

 

Nota linguistica su Maria Costa

gennaio 22nd, 2017

Si deve a Maria Costa la “salvezza” del patrimonio linguistico protonovecentesco dei pescatori della Riviera del Faro di Messina: avendolo – la poetessa – codificato sulla pagina scritta (e stampata), quel linguaggio ha difatti acquistato la stabilità della lingua. Un linguaggio diventa lingua quando viene codificato, cioè scritto (lo insegnava già Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia): le centinaia, se non migliaia, di linguaggi non scritti (solo parlati), in Amazzonia e in tutte le parti pre-civili del mondo, praticamente non esistono, non sono lingue: moriranno con quelli che li parlano, a meno che un etnologo non li registri e poi trascriva.

Invece, il tempo passerà, cambierà il mondo e – con esso – le lingue degli uomini, ma la lingua di Maria Costa e dei pescatori dello Stretto resterà là, fissata in eterno, immutabile, nelle pagine delle sue raccolte poetiche (finché ne resterà qualche copia sulla Terra «e finché il Sole / risplenderà su le sciagure umane»).

Quindi, i nostri figli, i nostri nipoti, pronipoti e i loro successori nei secoli a venire, potranno conoscerla, quella lingua. E, con quella lingua, potranno conoscere i valori, i sentimenti, i sogni e i bisogni degli “antichi” pescatori dello Stretto. È uno dei miracoli – il più clamoroso – della poesia.  Non foss’altro che per questo, Maria Costa meriterebbe più di un monumento a Messina. Ma non lo avrà, con questi chiari di luna. Meno male che qualcuno oggi finalmente legge le sue poesia. Per troppi anni – se vogliamo essere sinceri fino alla spietatezza – Maria Costa è stata “vissuta” dalla maggioranza dei messinesi abbagliati dai miti della poesia dotta, altolocata, in lingua, e, in ispecie, dalle signore piccolo-borghesi di Messina (che non passeranno, certamente. alla storia: nemmeno i loro figli se le ricorderanno dopo la morte) come una sorta di clown pittoresco.

Ma che lingua è quella di Maria Costa? Una lingua regionale cioè un dialetto. Che dialetto? Non veneto né persiano, ma evidentemente siciliano. Dialetto siciliano, dunque. Ma di quale città della Sicilia? Di Messina, ovviamente, con qualche occorrenza, tipica della gente di Case Basse (contrada Paradiso), e forsanche della famiglia di Maria Costa o della stessa poetessa (non sono insolite nei poeti forme di idioletto), ma dialetto siciliano-messinese protonovecentesco tuttavia.

Ed è inutile ricordare che le opere in dialetto hanno – possono avere – la stessa dignità letteraria delle opere in lingua: basti pensare al cinquecentesco (!) Ruzante, ai settecenteschi Meli e Tempio, agli ottocenteschi Porta e Belli, al novecentesco Albino Pierro, candidato più volte al Premio Nobel, e a tutti i poeti o scrittori dialettali che sono passati alla storia. La poesia, quando è poesia, non ammette aggettivi: è poesia (e basta).

Messina capitale della mediocrazia?

dicembre 26th, 2016

 

 

L’amore di Messina – per chi ci è nato – è tanto grande che fa cantare i sordi e poetare (a rimorchio) chi poeta non è mai stato: un amore forte come il vento dello Stretto quando soffia d’inverno sulle acque rabbiose del mare in tempesta, tenero come il grecale in primavera che stuzzica le gemme sotto le foglie nei giardini, incontenibile come la passione degli amanti nascosti dal canneto sulla spiaggia nella brezza estiva della sera.

L’amore di Messina coincide – è tutt’uno – con l’amore del mondo, della natura, delle stagioni, delle piante, degli animali, del viso di una donna, del pianto di un bimbo…

Chi è nato a Messina piuttosto che a Milano o a New York è, forse, più vicino alla terra, al mare, ai boschi, ai venti, alle acque, al cielo, agli uccelli, alle farfalle, ai porcospini, ai vermi, alle nuvole, a Sirio, a Venere, all’Orsa Minore e a quella Maggiore: conosce la corrente scendente e la montante, nonché le centinaia di famiglie di pesci delle Stretto; distingue lo scirocco dal libeccio e dal maestrale; vede il polo Nord dirimpetto levando il braccio destro là dove sorge il sole ogni mattina; non confonde il ponente col levante; è aduso ai profumi della campagna, all’odore della terra bagnata dopo la pioggia; sa la fatica del contadino, l’ardimento dell’uomo di mare, la solidarietà degli uguali, l’amicizia, i giochi collettivi, le feste popolari, le adunanze pubbliche, le abitudini alimentari … .

Messina è l’ombelico del mondo e il messinese è cittadino mondo.

Ma poi la poesia finisce. E subentra la ragione: Messina era l’ombelico del mondo e il messinese era cittadino del mondo. Oggi – da una cinquantina di anni in qua – il messinese è (con poche, salutari eccezioni) un gretto provinciale, un piccolo borghese chiuso nella gabbia del suo appartamentino o appartamentone di città, un uomo pieno di paure, bloccato da nevrosi, incapace di distinguere una triglia da un buddaci, incapace di guardare le stelle, di conoscere i venti, di sentire gli odori della terra o del mare: un cittadino insicuro, pronto a servire il primo protettore politico o il primo professionista altolocato che gli promette mari e monti per sé stesso e per i suoi figli, disposto, insomma, a vendere la sua libertà per un piatto di lenticchie, nonché omologato, per dirla col poeta, alla cultura materialistico-edonistica, massmediatica, del neocapitalismo dominante. Per giunta, dopo l’omologazione, gli è piombata addosso la peggiore globalizzazione: chiuse o traferite altrove le poche imprese che davano il pane ai giovani (Aliscafi Rodriguez, Cantieri Navali, Sanderson-Bosurgi, Birra Messina); scomparsi del tutto il piccolo commerciante, il contadino e il pescatore; cresciuto, per converso, a dismisura il numero di disoccupati stremati dal bisogno.

Resta là intatta tuttavia – ma oramai inosservata – la bellezza eterna della città: due mari, due laghi, la Riviera Nord, Ganzirri, le amene colline, i campi ubertosi, la Punta del Faro; la Fontana di Nettuno, il Duomo, la Chiesa dei Catalani, il Forte di S. Salvatore, la Madonnina del Porto, Cristo Re, il Santuario di Pompei, il seicentesco Monte di Pietà. Per non dire del museo, dei quadri di Antonello di Messina e di Caravaggio, dei palazzi di stile liberty del Corso Cavour, dello scacchiere sabaudo delle strade ai due lati del viale S. Martino, di qualche antica fontana.

E resta l’aria, l’atmosfera inconfondibile di Messina, di cui il vero messinese non sa privarsi per lungo tempo.

Quanto dire che esistono due città di Messina: una antica e una moderna, anzi postmoderna; una naturale e una snaturata; una libera e una asservita, una genuina, autentica, inimitabile e una omologata a tante altre della nostra modernità degradata. Noi, per certo, amiamo di più la prima e lottiamo, come sappiamo, come possiamo, per aiutare la seconda a liberarsi dal cappio dell’incultura, sperando che apra presto gli occhi, che veda lo stato miserevole in cui si è ridotta, che torni ad essere quella di prima. Ma la città continua, purtroppo, a farsi male a diventare altra da sé, a conformarsi al peggio in circolazione nel mondo. Tanto che l’antica, naturale, libera, autentica Messina è di fatto inesistente, perché i giovani non l’hanno mai conosciuta e i vecchi l’hanno dimenticata, mentre tutti vediamo la moderna, snaturata, asservita, omologata Messina: così degradata, invero, nonostante l’impegno instancabile di pochi resistenti, che potrebbe degnamente aspirare al titolo di capitale della mediocrazia (mediocratie). La mediocrazia è difatti il potere dei mediocri, dei mediocri che «hanno preso il potere» in tutti i gangli vitali della società postmoderna, per dirla con Alain Denault, professore di scienze politiche presso l’Università di Montreal, autore geniale, per l’appunto, del libro La Mediocratie, pubblicato in Canada, nel 2015, da Lux Editeur, che ne ha svelato, per primo nel mondo, il deprecabile avvento nel mondo occidentale.

La mediocrazia vi si configura, infatti, come l’esito estremo e deteriore della decadenza postmoderna, il trionfo definitivo del conformismo, la fine del libero pensiero e della libera iniziativa, l’impossibilità della satira, della critica costruttiva, dell’impegno sociale, dell’altruismo, nonché la crisi definitiva dell’individualità e l’omologazione di ognuno al piatto conformismo di tutti, ugualmente soggiogati dal peggiore dei poteri: il potere dei mediocri, esistenti in ogni comparto professionale della società.

E ognuno di noi, guardandosi attorno, nel suo ambiente di lavoro, a Messina, ha modo di verificare quanto sia, purtroppo, esatta la diagnosi di Denault: troppi mediocri al potere e troppi … caudatari.

 

In Italia, dopo il referendum

dicembre 13th, 2016

Sarà che invecchiando sono diventato un pericoloso estremista che non sa distinguere una pecora da un bue, ma come faccio a non vedere il ridicolo e l’assurdo da cui il riso promana per opposizione (bergsoniana)?

Lo vogliate o no, qui si sono recati ai seggi, sbandierando il NO, intere famiglie di burini – con i neonati in braccio e i vecchi in carrozzella – del tutto digiune di politica, da sempre refrattarie a ogni iniziativa di miglioramento sociale e improvvisamente invasate dal fuoco sacro della difesa della costituzione repubblicana. Bene, in teoria, per noi che crediamo nella forza trascinante della democrazia e lottiamo da sempre per difenderla e farla crescere: speriamo che continuino a partecipare. Ma, diciamolo, non si può non ridere di fronte a questo paradosso effettivo.

E tutti quei fascistoni (alla Gasparri, all’Alemanno, alla Meloni) che nelle desolate periferie urbane di grandi e piccole città, al Nord, al Centro, Al Sud, nelle Isole, sono diventati paladini della democrazia (della democrazia!), della libertà (della libertà!) e nemici del tiranno (Renzi!)? Miracolo della democrazia, da un lato, ma come non scompisciarsi, dall’altro?

E tutti quei fottuti piccolo-borghesi, piccoli piccoli ma numerosi come mosche pakistane, che giurando sul verbo berlusconiano hanno marciato, compatti, risoluti contro il despota Renzi che, arricchitosi forsanche con i soldi della malavita, si è fatto le leggi ad personam, è stato coinvolto in mille processi di corruzione che hanno riempito le pagine dei giornali di tutto il mondo, ha comprato i favori di compiacenti stelline con appartamenti, gioielli nonché milioni di euro e infine, per giunta, ha cercato di cambiare in senso autoritario la più bella costituzione del mondo dando maggiori poteri al capo del governo e cercando di fondare un repubblica presidenziale? Non siamo al paradosso che innesca il riso irrefrenabile?

E dove li mettiamo tutti quei nazisti più o meno dissimulati (alla Salvini), fino a ieri nemici giurati della costituzione antifascista e dello stato italiano, nonché fervidi apostoli della grande Padania, zelanti fedeli del dio Po e odiatori di tutti gli africani, siciliani compresi (da buttare a mare e spararci sopra), che sono divenuti, tout d’emblé, difensori del popolo italiano (siciliani compresi), dello stato (italiano) e  della costituzione (antirazzista) minacciata da Renzi, servo dei poteri forti d’Europa? Ridere o piangere?

Non è peraltro escluso che si sia anche celebrato, nella strepitosa vittoria del NO (ma il 40% dei votanti non è detto che sia costituito da imbecilli, come pensa il livoroso Travaglio), il rito tribale del capro espiatorio offerto al dio della Rivincita dalle migliaia di trenta-quarantenni italiani che, per invidia insopprimibile, vivono il successo del quarantenne Renzi come la prova della loro pochezza umana e sociale, magari causata dal “sistema” (senza troppe loro responsabilità), ma reale.

Non parliamo, poi, dei quattro gatti della sinistra sinistrese, che – chiusa nella sua torre d’avorio – ha tenuto, per anni, il sacco e la candela a Berlusconi, con le sue astrattezze e i suoi parolai di turno: credono d’inseguire il meglio, fidando nelle vecchie, bolse ideologie operaistiche, e non si accorgono di perdere il bene e di fare il gioco delle Destre, della Reazione.

Per non dire dei professori maltrattati dalla buona scuola, rivelatasi peggiore della cattiva (che buona non era), e di tutti quei giovani senza lavoro e senza futuro per colpa della vecchia politica pre-riformistica (anche, se non soprattutto, di Berlusconi e dei suoi alleati), che irretiti, per giusto, oggettivo disagio e per scarsa educazione politica, dalle facili (ma false) profezie del comico Beppe Grillo, hanno visto nel governo di Renzi l’unico responsabile della loro ingiusta condizione e, quindi, il nemico da battere. Ma qui non c’è nulla da ridere: siamo nel cuore della tragedia postmoderna, che ha radici nella lunga servitù, durata secoli, del nostro popolo e nei limiti oggettivi di quella che il grande Moro definiva giustamente «democrazia incompiuta».

Il bavaglio alla libertà di opinione?

dicembre 10th, 2016

Fino a qualche giorno fa, non avrei mai creduto di dovere scrivere, in una mattinata di dicembre del 2016 (Duemilasedici d. C.!), a Messina, le righe che mi accingo a scrivere.

Non potevo infatti nemmeno lontanamente ipotizzare che, nella mia bella e sfortunata città, nel Duemilasedici d. C., qualcuno potesse ignorare che, da settanta anni, in Italia, vige la costituzione repubblicana, antifascista, la quale riconosce e garantisce, tra di ritti fondamentali dell’uomo e del cittadino, la libertà di opinione (art. 19).

Premetto, per dovere d’informazione, che mi sono sempre avvalso della mia libertà di opinione, con discernimento, senza mai prevaricare su alcuno, ma perseguendo sempre obiettivi – opinabili quanto si voglia – di interesse generale. Epperò mi sono trovato talora a polemizzare, in buona, vasta e rispettabile compagnia, contro difetti macroscopici della politica o dell’Università con l’intento (che può avere radici sessantottine e/o cristiane e/o marxiane e/o democratiche, ma giammai opportunistiche) di contribuire allo svelamento dei misfatti del potere e alla costruzione del progresso effettivo della società. In una mia intervista di qualche anno addietro rilasciata a “Centonove” riconoscevo, in ispecie, che c’è, anche in sede locale, una Università seria, operosa, attiva nella ricerca e nella didattica, ancorché non mi tappassi ipocritamente gli occhi di fronte ai numerosi difetti del sistema. E di recente, sullo stesso giornale, ribadivo, all’unisono con tutti gli intellettuali liberi e democratici d’Europa, che permangono nell’Università italiana individualismi, familismi, servilismi antitetici, peraltro, alla libera ricerca scientifica. Ma ho, sempre, implicitamente riconosciuto che bisogna distinguere e non fare di tutta l’erba un fascio. Ho pure apprezzato, a suo tempo, il codice etico datosi dall’Università di Messina relativamente al divieto per i figli di fare carriera universitaria nella stessa disciplina e nello stesso Dipartimento dei padri: chi vale davvero può farcela anche senza “l’aiutino” del padre.

È successo, dunque, qualche mese fa che, in un innocuo articoletto, io abbia levato un grido di dolore contro l’amaro fenomeno di studiosi accreditati, esterni all’Università, vincitori di un pubblico concorso di abilitazione all’insegnamento universitario, ma rimasti fuori dell’Università e costretti a fare i camerieri a Parigi o a insegnare in una scuola di provincia: ancora più doloroso l’evento – notavo – ove si consideri che non sono sempre degnamente tenuti gli insegnamenti universitari, né sempre vinti per meriti effettivi i relativi concorsi. Normali notazioni che si sentono oramai anche dal barbiere. Ma mi è giunta subito notizia di malumori che il mio articoletto avrebbe suscitato in certe stanze. Certo, io non ho insultato nessuno né alluso ad alcuno.

Qualche giorno dopo, nella mia qualità di unico e ultimo messinese professore di Letteratura Italiana attraverso un pubblico concorso specifico, in previsione del fatto che, per colossali errori del sistema, dall’1 ottobre del 2016 non ci sarebbe più stato un professore di Letteratura Italiana (settore L-FIL-LET/10) a Messina, dopo aver chiesto inutilmente un colloquio col Rettore, prendevo posizione contro la prassi, purtroppo abituale, dai tempi di Gianvito Resta, nell’italianistica messinese, di affidare l’insegnamento di Letteratura Italiana, materia di fondamentale importanza per chi intraprende gli studi letterari, a supplenti “per affinità”, o peggio a professori di materia affine previo cambio di settore disciplinare (detto “salto della quaglia”): gli studenti messinesi e calabresi hanno diritto – notavo – a un serio, costruttivo insegnamento di Letteratura Italiana impartito da veri professori di Letteratura Italiana, soprattutto oggi che abbondano gli abilitati specifici, con montagne di pubblicazioni importanti da Olschki.

Ebbene: certi scoloriti, non eccellenti ma influenti, professori dell’Università di Messina mi hanno fatto testé giungere un messaggio trasversale, con cui praticamente m’intimano di non parlare più male [?] dell’Università di Messina, cioè di tacere sui difetti o gli errori di una struttura che io, a differenza di altri, ho sempre onorato con i miei studi «innovativi» e con decenni di intensa, fruttuosa attività didattica (s’insegna quello che si è).

Ribadisco: io ho solo esercitato – ed eserciterò fino a quando campo – la mia libertà di opinione di uomo, di professore, di intellettuale democratico, di homo novus (mio padre non era un professore universitario, né un uomo politico, né un portaborse di uomini politici) dalla schiena dritta, epperò mai servitore di alcuno. A dispetto di qualche collega – fortunatamente ex collega – che ignora la costituzione e idoleggia la prassi illiberale della peggiore casta accademica.

Mi corre, infine, l’obbligo, in questa giornata mondiale dei diritti umani, di chiedere alle autorità competenti se la intimazione indiretta dei suddetti sia stata concordata o autorizzata dal Rettore e dal Senato Accademico.

 

SUL NOBEL DELLA LETTERATURA 2016

ottobre 18th, 2016

Non so se in qualche angolo della mia mente resista ancora, data la mia formazione classicistica,  un canone alto, selettivo di poesia, ma sono certamente convinto che la creatività umana, condizione assoluta e imprescindibile di ogni opera d’arte, non si lascia imbrigliare da vincoli e convenzioni di sorta, che non siano quelli statutari dei linguaggi adottati: da qui, per me, la molteplicità, potenzialmente infinita, dei canoni poetici e la poesia di Petrarca ma anche la poesia dei testi delle canzoni di Fabrizio De André: tot carmina digna (comunque e dovunque scritti), tot poetae digni.

Epperò, pur dispiaciuto per la mancata assegnazione, quest’anno, del premio Nobel a un valoroso poeta che ammiro, mi dichiaro estraneo alla pletora di studiosi che si strappano i capelli per il Nobel assegnato al «cantante» Bob Dylan, spargendo lacrime e querimonie sull’altare di  un presunto canone unico e universale di poesia.

Contro l’opinione pubblica dominante, non va, poi, sottaciuto il fatto che il premio Nobel si assegna, ogni anno, non già al più grande (?) poeta del mondo, ma al poeta che, secondo le intenzioni del fondatore,«si sia maggiormente distinto per le sue opere in una direzione ideale», che abbia cioè contribuito, con la sua opera, alla causa del bene comune.

Quanto dire che ai commissari del Premio Nobel per la letteratura non interessano, di norma, i poeti che «si guardano l’ombelico» – per dirla con Giuseppe Petronio – cioè i poeti chiusi nel proprio vissuto (se non nel proprio corpo) fino ai limiti dell’introversione assoluta e dell’incomunicabilità narcisistica (più o meno ermetica), ma i poeti che riescono a coniugare pregnanza e bellezza stilistica con novità e attualità di messaggi, all’insegna, peraltro, della leggibilità dei testi.

A questo criterio si direbbe si siano rigorosamente attenuti i membri dell’apposita commissione soprattutto in quest’ultimo ventennio: dal premio Nobel assegnato, nel 1996, alla discorsiva e ironica Szymborska, al premio Nobel assegnato, per l’appunto al profetico, musicale Bob Dylan, nel 2016.

Ne parlo per … fruizione diretta, dacché le canzoni-poesie di Bob Dylan, ma anche le canzoni-poesie di Fabrizio De André e di tanti altri cantautori hanno accompagnato e nutrito la mia prima giovinezza insieme con le poesie-poesie di  Quasimodo, Montale, Pasolini, Fortini, Luzi, Bertolucci, Sereni, Caproni, Sinisgalli, Zanzotto, per restare in Italia. Né – devo dire – facevamo distinzione, noi giovani, all’epoca, tra i testi dei poeti patentati e quelli dei cantautori, che ci apparivano ugualmente validi sotto il profilo estetico e ugualmente stimolanti sul piano conoscitivo. Talché, il premio a Bob Dylan mi appare, oggi, come un premio alla stagione più ricca – quella degli anni Sessanta e Settanta – della letteratura contemporanea e come un apprezzamento della nostra irripetibile formazione culturale ed umana di sessantottini, innamorati della cultura, della democrazia (e di altre, più tangibili, bellezze).

Fa parte del mio immaginario, ad ogni modo, la poesia di Bob Dylan: quel sogno giovanile, postbellico e antifascista, di un mondo migliore, espresso in forma dubitativo-interrogativa (ma le risposte ai quesiti del poeta «si perdono nel vento»), nel più originale e antiretorico inno di pace, libertà e fratellanza universale (Blowin’ in the wind); l’invito ai padri e alle madri (nonché agli scrittori, ai critici, ai politici e a tutti quelli che dappertutto attraversano la vita) di non opporsi al nuovo «perché i tempi stanno cambiando» (The times they are a changin’); il dramma della solitudine di chi, chiuso nella cerchia dei propri privilegi, ha perso la via dell’amore e va verso il precipizio come «una pietra che rotola» (Like a rolling stone): simboli, immagini, metafore, parole ritmi di inusitata forza espressiva e di assoluta bellezza poetica, che resistono, invero, all’usura del tempo.

 

***

 

Per uno strano gioco del destino, la notizia del premio Nobel a Bob Dylan è giunta contemporaneamente a quella del trapasso sereno, in ospedale, di Dario Fo novantenne, il 13 ottobre 2016. Sicché qualcuno ha voluto associare i due eventi all’insegna di un virtuale passaggio di consegne da un innovatore ad un altro. E qualche scrittore ha evidenziato, con disappunto, la radicale difformità dei due premi Nobel, e del secondo soprattutto, rispetto ai criteri tradizionali del bello letterario, negando che il testo di una canzone possa avere dignità poetica.  Non mancano i passatisti intransigenti che, spalleggiati dai parrucconi della critica e da certi parolai del giornalismo più attardato, si scagliano senza mezzi termini contro i due premi Nobel «irregolari», giungendo all’aperto dileggio di Bob Dylan in particolare. Che dire? Il mondo è bello perché è vario. E non tutti si lasciano scaldare il cuore dalla poesia sotto qualunque forma, a prescindere dall’ideologia, dalle regole e dalle convenzioni.

Il referendum del 4 dicembre: fatti e opinioni

ottobre 3rd, 2016

Dice il saggio: «Se vuoi stimolare un cavallo da corsa, basta un leggero colpo di sprone ai fianchi, ma se vuoi stimolare un bue o un asino, occorre più del tocco di un pungolo acuminato. Allo stesso modo: se una città dorme nell’indifferenza e non vuoi sprecare il fiato [il tempo e la scrittura, nella fattispecie], devi mettere il dito nella piaga, scoprirti, gettare il corpo nella mischia, metterti in gioco». E sia. Magari a discapito del politically correct.

Dico spesso agli allievi, agli amici, ai parenti che sono democratico nei cromosomi, per natura più che per cultura. Aggiungo, a richiesta, che non ho mai avuto simpatia per le destre politiche (pur apprezzando il liberalismo di Croce e il rigore della scrittura di Montanelli), che ho sempre votato “a sinistra” (Moro, il primo Craxi, Berlinguer, Occhetto, Veltroni, Prodi … ), che non sono mai stato comunista, che sono – cerco di essere – cristiano, che ho considerato – e considero – Berlinguer, Sciascia, Moravia, Pasolini, Calvino miei maestri politici: insomma, un bieco cattocomunista, come direbbe quel ricco sfondato che vedeva comunisti dappertutto (anche se i comunisti erano già scomparsi dalla storia).

Con queste prerogative – o per queste prerogative – mi sono trovato spesso in minoranza nel mio ambiente di lavoro e in questa beneamata città che è sempre stata “di destra”: solidarizzavo idealmente con intellettuali democratici americani ostili alla guerra in Vietnam e i più dei messinesi si facevano i fatti loro o si schieravano con i guerrafondai; mi entusiasmavo per Salvator Allende e i più dei messinesi apprezzavano Pinochet o si facevano i fatti loro; “tifavo” Berlinguer e i più dei messinesi  “tifavano” Craxi o Andreotti o Gullotti; stavo dalla parte di Prodi e i più dei messinesi stavano dalla parte di Berlusconi; condividevo le aperture cristiane del cardinale Martini o del poeta cattolico  David M. Turoldo e i più dei messinesi stravedevano per il cattolicesimo curiale del cardinale Ruini e del cardinale Bertone; lottavo per una Università della ricerca e della trasparenza e i più dei messinesi erano per l’Università blasonata dell’apparenza, degli ermellini e dei figli di papà ecc. ecc. Gli stessi amici mi considerano un “bastian contrario” per partito preso, a tal punto che, in questi ultimi tempi, si meravigliano che io non sia diventato grillino, mentre molti di loro -  e quasi tutti gli indifferenti o i destrorsi messinesi d’antan - si sono convertiti al verbo rivoluzionario (in apparenza) delle Cinque Stelle. E io rispetto – sia chiaro –  le loro scelte e il loro diritto di esternarle, ma non rinuncio alle mie.

Non mi sorprenderei, però, ma mi dispiacerebbe davvero molto, se dovessi restare in minoranza anche in occasione del prossimo referendum sulle modifiche della Costituzione. Mi dispiacerebbe perché sarebbe l’ennesima occasione persa dai miei concittadini per crescere e far crescere il paese. Saremmo, purtroppo, alle solite: i messinesi vivacchiano, in maggioranza, nell’indifferenza (il partito del «mi-nni-futtu», prenderebbe sempre un sacco di voti a Messina) e, nei momenti cruciali, sono sempre per la conservazione: basti pensare che Messina fu l’unica provincia siciliana in cui prevalsero i Sì  all’abolizione del divorzio, nel referendum del 1974,  e che nell’altro referendum storico (quello del 1946) i messinesi votarono in stragrande maggioranza per la bolsa  monarchia (la repubblica fu loro regalata, di fatto, dal voto della maggioranza risicata degli italiani). Stavolta è razionalmente plausibile che più della metà non andrà a votare e che, se non interviene un miracolo, stravincerà il No al cambiamento salutare.

Si è che alla maggioranza dei messinesi non interessa il referendum in sé, ma piuttosto la caduta di Renzi e del suo governo. Infatti, tutti i messinesi destrorsi  sono antirenziani o perché sono affascinati da Grillo e dalle sue profezie o perché, storditi dalla propaganda di destra e di sinistra, vedono in Renzi (che non è un miliardario, che non ha problemi con la giustizia, che non si è fatto leggi ad personam), i difetti che non vedevano in Berlusconi. Perciò, seguendo il vecchio capo, si dichiarano, all’improvviso, paladini della Democrazia in astratto e, adottando il linguaggio degli odiati “comunisti” (!), si mostrano preoccupati delle possibili (?) “involuzioni autoritarie” del “regime” (?). Laddove i pochi messinesi sinistrorsi si dividono, masochisticamente, come al solito, in due partiti: pochissimi – quorum ego – stanno con Renzi, per realismo politico; molti (dei pochi) sono antirenziani perché Renzi non sarebbe “di sinistra” e – guarda, guarda – spingerebbe la nostra democrazia verso “soluzioni autoritarie”. Ma non vedono che il loro linguaggio è oramai tanto svuotato di senso da essere sfruttato persino dalla Destra?

Alla fine, nel mio piccolo, la vedo così: la riforma della costituzione, nei termini indicati nel quesito referendario, si auspica, da decenni e decenni, soprattutto dalla Sinistra democritica, migliorista, riformista che dir si voglia, al fine di semplificare l’attività politica, liberandola da presupposti ideologici contingenti (la sacrosanta, salutare presa di distanza, nel 1947, dalla barbarie nazi-fascista appena debellata), e agevolare gli interventi dell’Economia interna ed esterna, che mal sopporta lacci e lacciuoli ideologici appunto. Nulla, peraltro, di ciò che fa l’uomo – imperfetto per natura – è perfetto: tutto è perfettibile. Ora , finalmente, si comincia: i difetti, se ce ne sono, saranno eliminati domani. Le temute involuzioni autoritarie della riforma sono pura propaganda.

Ho seguito ieri il dibattito televisivo tra Renzi e il grande costituzionalista Zagrebelski, i cui interventi leggo, da molti anni, con grande interesse, sulle pagine di «Repubblica». Devo essere sincero al massimo? Io che non sono “di destra” e nemmeno “di centro”, io che non ho privilegi da mantenere, né cadreghini a cui restare attaccato, né figli né parenti da “sistemare”, né carriere politiche da intraprendere (è troppo tardi!), ho dato la vittoria piena a Renzi (oggi vedo che sono in buona compagnia, con Scalfari): Zagrebelski appariva, clamorosamente, la copia stinta del professore universitario perennemente perso dietro le sue astrazioni (presuntivamente scientifiche), nonché il prototipo dell’intellettuale di sinistra che, credendo narcisisticamente di inseguire il meglio, non si accorge di perdere il bene e di fare il gioco delle Destre. E Renzi? Non un gigante, ma un tipico rappresentante della sinistra democratica, riformistica, europea: un intellettuale concreto, intelligente, educato, corretto, immune dai fumi dell’ideologia, desideroso di secondare il corso giusto della storia, innovando là dove occorre innovare per il progresso effettivo della nazione. Con questi chiari di luna, non è poco.

Sia detto con grande rispetto per tutti gli uomini liberi (anche di diverso parere), ma alla faccia dei qualunquisti, dei furbi, dei minchioni, dei parolai, degli ideologi e dei servi di ogni colore. Prosit.