Nota linguistica su Maria Costa

gennaio 22nd, 2017

Si deve a Maria Costa la “salvezza” del patrimonio linguistico protonovecentesco dei pescatori della Riviera del Faro di Messina: avendolo – la poetessa – codificato sulla pagina scritta (e stampata), quel linguaggio ha difatti acquistato la stabilità della lingua. Un linguaggio diventa lingua quando viene codificato, cioè scritto (lo insegnava già Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia): le centinaia, se non migliaia, di linguaggi non scritti (solo parlati), in Amazzonia e in tutte le parti pre-civili del mondo, praticamente non esistono, non sono lingue: moriranno con quelli che li parlano, a meno che un etnologo non li registri e poi trascriva.

Invece, il tempo passerà, cambierà il mondo e – con esso – le lingue degli uomini, ma la lingua di Maria Costa e dei pescatori dello Stretto resterà là, fissata in eterno, immutabile, nelle pagine delle sue raccolte poetiche (finché ne resterà qualche copia sulla Terra «e finché il Sole / risplenderà su le sciagure umane»).

Quindi, i nostri figli, i nostri nipoti, pronipoti e i loro successori nei secoli a venire, potranno conoscerla, quella lingua. E, con quella lingua, potranno conoscere i valori, i sentimenti, i sogni e i bisogni degli “antichi” pescatori dello Stretto. È uno dei miracoli – il più clamoroso – della poesia.  Non foss’altro che per questo, Maria Costa meriterebbe più di un monumento a Messina. Ma non lo avrà, con questi chiari di luna. Meno male che qualcuno oggi finalmente legge le sue poesia. Per troppi anni – se vogliamo essere sinceri fino alla spietatezza – Maria Costa è stata “vissuta” dalla maggioranza dei messinesi abbagliati dai miti della poesia dotta, altolocata, in lingua, e, in ispecie, dalle signore piccolo-borghesi di Messina (che non passeranno, certamente. alla storia: nemmeno i loro figli se le ricorderanno dopo la morte) come una sorta di clown pittoresco.

Ma che lingua è quella di Maria Costa? Una lingua regionale cioè un dialetto. Che dialetto? Non veneto né persiano, ma evidentemente siciliano. Dialetto siciliano, dunque. Ma di quale città della Sicilia? Di Messina, ovviamente, con qualche occorrenza, tipica della gente di Case Basse (contrada Paradiso), e forsanche della famiglia di Maria Costa o della stessa poetessa (non sono insolite nei poeti forme di idioletto), ma dialetto siciliano-messinese protonovecentesco tuttavia.

Ed è inutile ricordare che le opere in dialetto hanno – possono avere – la stessa dignità letteraria delle opere in lingua: basti pensare al cinquecentesco (!) Ruzante, ai settecenteschi Meli e Tempio, agli ottocenteschi Porta e Belli, al novecentesco Albino Pierro, candidato più volte al Premio Nobel, e a tutti i poeti o scrittori dialettali che sono passati alla storia. La poesia, quando è poesia, non ammette aggettivi: è poesia (e basta).

Messina capitale della mediocrazia?

dicembre 26th, 2016

 

 

L’amore di Messina – per chi ci è nato – è tanto grande che fa cantare i sordi e poetare (a rimorchio) chi poeta non è mai stato: un amore forte come il vento dello Stretto quando soffia d’inverno sulle acque rabbiose del mare in tempesta, tenero come il grecale in primavera che stuzzica le gemme sotto le foglie nei giardini, incontenibile come la passione degli amanti nascosti dal canneto sulla spiaggia nella brezza estiva della sera.

L’amore di Messina coincide – è tutt’uno – con l’amore del mondo, della natura, delle stagioni, delle piante, degli animali, del viso di una donna, del pianto di un bimbo…

Chi è nato a Messina piuttosto che a Milano o a New York è, forse, più vicino alla terra, al mare, ai boschi, ai venti, alle acque, al cielo, agli uccelli, alle farfalle, ai porcospini, ai vermi, alle nuvole, a Sirio, a Venere, all’Orsa Minore e a quella Maggiore: conosce la corrente scendente e la montante, nonché le centinaia di famiglie di pesci delle Stretto; distingue lo scirocco dal libeccio e dal maestrale; vede il polo Nord dirimpetto levando il braccio destro là dove sorge il sole ogni mattina; non confonde il ponente col levante; è aduso ai profumi della campagna, all’odore della terra bagnata dopo la pioggia; sa la fatica del contadino, l’ardimento dell’uomo di mare, la solidarietà degli uguali, l’amicizia, i giochi collettivi, le feste popolari, le adunanze pubbliche, le abitudini alimentari … .

Messina è l’ombelico del mondo e il messinese è cittadino mondo.

Ma poi la poesia finisce. E subentra la ragione: Messina era l’ombelico del mondo e il messinese era cittadino del mondo. Oggi – da una cinquantina di anni in qua – il messinese è (con poche, salutari eccezioni) un gretto provinciale, un piccolo borghese chiuso nella gabbia del suo appartamentino o appartamentone di città, un uomo pieno di paure, bloccato da nevrosi, incapace di distinguere una triglia da un buddaci, incapace di guardare le stelle, di conoscere i venti, di sentire gli odori della terra o del mare: un cittadino insicuro, pronto a servire il primo protettore politico o il primo professionista altolocato che gli promette mari e monti per sé stesso e per i suoi figli, disposto, insomma, a vendere la sua libertà per un piatto di lenticchie, nonché omologato, per dirla col poeta, alla cultura materialistico-edonistica, massmediatica, del neocapitalismo dominante. Per giunta, dopo l’omologazione, gli è piombata addosso la peggiore globalizzazione: chiuse o traferite altrove le poche imprese che davano il pane ai giovani (Aliscafi Rodriguez, Cantieri Navali, Sanderson-Bosurgi, Birra Messina); scomparsi del tutto il piccolo commerciante, il contadino e il pescatore; cresciuto, per converso, a dismisura il numero di disoccupati stremati dal bisogno.

Resta là intatta tuttavia – ma oramai inosservata – la bellezza eterna della città: due mari, due laghi, la Riviera Nord, Ganzirri, le amene colline, i campi ubertosi, la Punta del Faro; la Fontana di Nettuno, il Duomo, la Chiesa dei Catalani, il Forte di S. Salvatore, la Madonnina del Porto, Cristo Re, il Santuario di Pompei, il seicentesco Monte di Pietà. Per non dire del museo, dei quadri di Antonello di Messina e di Caravaggio, dei palazzi di stile liberty del Corso Cavour, dello scacchiere sabaudo delle strade ai due lati del viale S. Martino, di qualche antica fontana.

E resta l’aria, l’atmosfera inconfondibile di Messina, di cui il vero messinese non sa privarsi per lungo tempo.

Quanto dire che esistono due città di Messina: una antica e una moderna, anzi postmoderna; una naturale e una snaturata; una libera e una asservita, una genuina, autentica, inimitabile e una omologata a tante altre della nostra modernità degradata. Noi, per certo, amiamo di più la prima e lottiamo, come sappiamo, come possiamo, per aiutare la seconda a liberarsi dal cappio dell’incultura, sperando che apra presto gli occhi, che veda lo stato miserevole in cui si è ridotta, che torni ad essere quella di prima. Ma la città continua, purtroppo, a farsi male a diventare altra da sé, a conformarsi al peggio in circolazione nel mondo. Tanto che l’antica, naturale, libera, autentica Messina è di fatto inesistente, perché i giovani non l’hanno mai conosciuta e i vecchi l’hanno dimenticata, mentre tutti vediamo la moderna, snaturata, asservita, omologata Messina: così degradata, invero, nonostante l’impegno instancabile di pochi resistenti, che potrebbe degnamente aspirare al titolo di capitale della mediocrazia (mediocratie). La mediocrazia è difatti il potere dei mediocri, dei mediocri che «hanno preso il potere» in tutti i gangli vitali della società postmoderna, per dirla con Alain Denault, professore di scienze politiche presso l’Università di Montreal, autore geniale, per l’appunto, del libro La Mediocratie, pubblicato in Canada, nel 2015, da Lux Editeur, che ne ha svelato, per primo nel mondo, il deprecabile avvento nel mondo occidentale.

La mediocrazia vi si configura, infatti, come l’esito estremo e deteriore della decadenza postmoderna, il trionfo definitivo del conformismo, la fine del libero pensiero e della libera iniziativa, l’impossibilità della satira, della critica costruttiva, dell’impegno sociale, dell’altruismo, nonché la crisi definitiva dell’individualità e l’omologazione di ognuno al piatto conformismo di tutti, ugualmente soggiogati dal peggiore dei poteri: il potere dei mediocri, esistenti in ogni comparto professionale della società.

E ognuno di noi, guardandosi attorno, nel suo ambiente di lavoro, a Messina, ha modo di verificare quanto sia, purtroppo, esatta la diagnosi di Denault: troppi mediocri al potere e troppi … caudatari.

 

In Italia, dopo il referendum

dicembre 13th, 2016

Sarà che invecchiando sono diventato un pericoloso estremista che non sa distinguere una pecora da un bue, ma come faccio a non vedere il ridicolo e l’assurdo da cui il riso promana per opposizione (bergsoniana)?

Lo vogliate o no, qui si sono recati ai seggi, sbandierando il NO, intere famiglie di burini – con i neonati in braccio e i vecchi in carrozzella – del tutto digiune di politica, da sempre refrattarie a ogni iniziativa di miglioramento sociale e improvvisamente invasate dal fuoco sacro della difesa della costituzione repubblicana. Bene, in teoria, per noi che crediamo nella forza trascinante della democrazia e lottiamo da sempre per difenderla e farla crescere: speriamo che continuino a partecipare. Ma, diciamolo, non si può non ridere di fronte a questo paradosso effettivo.

E tutti quei fascistoni (alla Gasparri, all’Alemanno, alla Meloni) che nelle desolate periferie urbane di grandi e piccole città, al Nord, al Centro, Al Sud, nelle Isole, sono diventati paladini della democrazia (della democrazia!), della libertà (della libertà!) e nemici del tiranno (Renzi!)? Miracolo della democrazia, da un lato, ma come non scompisciarsi, dall’altro?

E tutti quei fottuti piccolo-borghesi, piccoli piccoli ma numerosi come mosche pakistane, che giurando sul verbo berlusconiano hanno marciato, compatti, risoluti contro il despota Renzi che, arricchitosi forsanche con i soldi della malavita, si è fatto le leggi ad personam, è stato coinvolto in mille processi di corruzione che hanno riempito le pagine dei giornali di tutto il mondo, ha comprato i favori di compiacenti stelline con appartamenti, gioielli nonché milioni di euro e infine, per giunta, ha cercato di cambiare in senso autoritario la più bella costituzione del mondo dando maggiori poteri al capo del governo e cercando di fondare un repubblica presidenziale? Non siamo al paradosso che innesca il riso irrefrenabile?

E dove li mettiamo tutti quei nazisti più o meno dissimulati (alla Salvini), fino a ieri nemici giurati della costituzione antifascista e dello stato italiano, nonché fervidi apostoli della grande Padania, zelanti fedeli del dio Po e odiatori di tutti gli africani, siciliani compresi (da buttare a mare e spararci sopra), che sono divenuti, tout d’emblé, difensori del popolo italiano (siciliani compresi), dello stato (italiano) e  della costituzione (antirazzista) minacciata da Renzi, servo dei poteri forti d’Europa? Ridere o piangere?

Non è peraltro escluso che si sia anche celebrato, nella strepitosa vittoria del NO (ma il 40% dei votanti non è detto che sia costituito da imbecilli, come pensa il livoroso Travaglio), il rito tribale del capro espiatorio offerto al dio della Rivincita dalle migliaia di trenta-quarantenni italiani che, per invidia insopprimibile, vivono il successo del quarantenne Renzi come la prova della loro pochezza umana e sociale, magari causata dal “sistema” (senza troppe loro responsabilità), ma reale.

Non parliamo, poi, dei quattro gatti della sinistra sinistrese, che – chiusa nella sua torre d’avorio – ha tenuto, per anni, il sacco e la candela a Berlusconi, con le sue astrattezze e i suoi parolai di turno: credono d’inseguire il meglio, fidando nelle vecchie, bolse ideologie operaistiche, e non si accorgono di perdere il bene e di fare il gioco delle Destre, della Reazione.

Per non dire dei professori maltrattati dalla buona scuola, rivelatasi peggiore della cattiva (che buona non era), e di tutti quei giovani senza lavoro e senza futuro per colpa della vecchia politica pre-riformistica (anche, se non soprattutto, di Berlusconi e dei suoi alleati), che irretiti, per giusto, oggettivo disagio e per scarsa educazione politica, dalle facili (ma false) profezie del comico Beppe Grillo, hanno visto nel governo di Renzi l’unico responsabile della loro ingiusta condizione e, quindi, il nemico da battere. Ma qui non c’è nulla da ridere: siamo nel cuore della tragedia postmoderna, che ha radici nella lunga servitù, durata secoli, del nostro popolo e nei limiti oggettivi di quella che il grande Moro definiva giustamente «democrazia incompiuta».

Il bavaglio alla libertà di opinione?

dicembre 10th, 2016

Fino a qualche giorno fa, non avrei mai creduto di dovere scrivere, in una mattinata di dicembre del 2016 (Duemilasedici d. C.!), a Messina, le righe che mi accingo a scrivere.

Non potevo infatti nemmeno lontanamente ipotizzare che, nella mia bella e sfortunata città, nel Duemilasedici d. C., qualcuno potesse ignorare che, da settanta anni, in Italia, vige la costituzione repubblicana, antifascista, la quale riconosce e garantisce, tra di ritti fondamentali dell’uomo e del cittadino, la libertà di opinione (art. 19).

Premetto, per dovere d’informazione, che mi sono sempre avvalso della mia libertà di opinione, con discernimento, senza mai prevaricare su alcuno, ma perseguendo sempre obiettivi – opinabili quanto si voglia – di interesse generale. Epperò mi sono trovato talora a polemizzare, in buona, vasta e rispettabile compagnia, contro difetti macroscopici della politica o dell’Università con l’intento (che può avere radici sessantottine e/o cristiane e/o marxiane e/o democratiche, ma giammai opportunistiche) di contribuire allo svelamento dei misfatti del potere e alla costruzione del progresso effettivo della società. In una mia intervista di qualche anno addietro rilasciata a “Centonove” riconoscevo, in ispecie, che c’è, anche in sede locale, una Università seria, operosa, attiva nella ricerca e nella didattica, ancorché non mi tappassi ipocritamente gli occhi di fronte ai numerosi difetti del sistema. E di recente, sullo stesso giornale, ribadivo, all’unisono con tutti gli intellettuali liberi e democratici d’Europa, che permangono nell’Università italiana individualismi, familismi, servilismi antitetici, peraltro, alla libera ricerca scientifica. Ma ho, sempre, implicitamente riconosciuto che bisogna distinguere e non fare di tutta l’erba un fascio. Ho pure apprezzato, a suo tempo, il codice etico datosi dall’Università di Messina relativamente al divieto per i figli di fare carriera universitaria nella stessa disciplina e nello stesso Dipartimento dei padri: chi vale davvero può farcela anche senza “l’aiutino” del padre.

È successo, dunque, qualche mese fa che, in un innocuo articoletto, io abbia levato un grido di dolore contro l’amaro fenomeno di studiosi accreditati, esterni all’Università, vincitori di un pubblico concorso di abilitazione all’insegnamento universitario, ma rimasti fuori dell’Università e costretti a fare i camerieri a Parigi o a insegnare in una scuola di provincia: ancora più doloroso l’evento – notavo – ove si consideri che non sono sempre degnamente tenuti gli insegnamenti universitari, né sempre vinti per meriti effettivi i relativi concorsi. Normali notazioni che si sentono oramai anche dal barbiere. Ma mi è giunta subito notizia di malumori che il mio articoletto avrebbe suscitato in certe stanze. Certo, io non ho insultato nessuno né alluso ad alcuno.

Qualche giorno dopo, nella mia qualità di unico e ultimo messinese professore di Letteratura Italiana attraverso un pubblico concorso specifico, in previsione del fatto che, per colossali errori del sistema, dall’1 ottobre del 2016 non ci sarebbe più stato un professore di Letteratura Italiana (settore L-FIL-LET/10) a Messina, dopo aver chiesto inutilmente un colloquio col Rettore, prendevo posizione contro la prassi, purtroppo abituale, dai tempi di Gianvito Resta, nell’italianistica messinese, di affidare l’insegnamento di Letteratura Italiana, materia di fondamentale importanza per chi intraprende gli studi letterari, a supplenti “per affinità”, o peggio a professori di materia affine previo cambio di settore disciplinare (detto “salto della quaglia”): gli studenti messinesi e calabresi hanno diritto – notavo – a un serio, costruttivo insegnamento di Letteratura Italiana impartito da veri professori di Letteratura Italiana, soprattutto oggi che abbondano gli abilitati specifici, con montagne di pubblicazioni importanti da Olschki.

Ebbene: certi scoloriti, non eccellenti ma influenti, professori dell’Università di Messina mi hanno fatto testé giungere un messaggio trasversale, con cui praticamente m’intimano di non parlare più male [?] dell’Università di Messina, cioè di tacere sui difetti o gli errori di una struttura che io, a differenza di altri, ho sempre onorato con i miei studi «innovativi» e con decenni di intensa, fruttuosa attività didattica (s’insegna quello che si è).

Ribadisco: io ho solo esercitato – ed eserciterò fino a quando campo – la mia libertà di opinione di uomo, di professore, di intellettuale democratico, di homo novus (mio padre non era un professore universitario, né un uomo politico, né un portaborse di uomini politici) dalla schiena dritta, epperò mai servitore di alcuno. A dispetto di qualche collega – fortunatamente ex collega – che ignora la costituzione e idoleggia la prassi illiberale della peggiore casta accademica.

Mi corre, infine, l’obbligo, in questa giornata mondiale dei diritti umani, di chiedere alle autorità competenti se la intimazione indiretta dei suddetti sia stata concordata o autorizzata dal Rettore e dal Senato Accademico.

 

SUL NOBEL DELLA LETTERATURA 2016

ottobre 18th, 2016

Non so se in qualche angolo della mia mente resista ancora, data la mia formazione classicistica,  un canone alto, selettivo di poesia, ma sono certamente convinto che la creatività umana, condizione assoluta e imprescindibile di ogni opera d’arte, non si lascia imbrigliare da vincoli e convenzioni di sorta, che non siano quelli statutari dei linguaggi adottati: da qui, per me, la molteplicità, potenzialmente infinita, dei canoni poetici e la poesia di Petrarca ma anche la poesia dei testi delle canzoni di Fabrizio De André: tot carmina digna (comunque e dovunque scritti), tot poetae digni.

Epperò, pur dispiaciuto per la mancata assegnazione, quest’anno, del premio Nobel a un valoroso poeta che ammiro, mi dichiaro estraneo alla pletora di studiosi che si strappano i capelli per il Nobel assegnato al «cantante» Bob Dylan, spargendo lacrime e querimonie sull’altare di  un presunto canone unico e universale di poesia.

Contro l’opinione pubblica dominante, non va, poi, sottaciuto il fatto che il premio Nobel si assegna, ogni anno, non già al più grande (?) poeta del mondo, ma al poeta che, secondo le intenzioni del fondatore,«si sia maggiormente distinto per le sue opere in una direzione ideale», che abbia cioè contribuito, con la sua opera, alla causa del bene comune.

Quanto dire che ai commissari del Premio Nobel per la letteratura non interessano, di norma, i poeti che «si guardano l’ombelico» – per dirla con Giuseppe Petronio – cioè i poeti chiusi nel proprio vissuto (se non nel proprio corpo) fino ai limiti dell’introversione assoluta e dell’incomunicabilità narcisistica (più o meno ermetica), ma i poeti che riescono a coniugare pregnanza e bellezza stilistica con novità e attualità di messaggi, all’insegna, peraltro, della leggibilità dei testi.

A questo criterio si direbbe si siano rigorosamente attenuti i membri dell’apposita commissione soprattutto in quest’ultimo ventennio: dal premio Nobel assegnato, nel 1996, alla discorsiva e ironica Szymborska, al premio Nobel assegnato, per l’appunto al profetico, musicale Bob Dylan, nel 2016.

Ne parlo per … fruizione diretta, dacché le canzoni-poesie di Bob Dylan, ma anche le canzoni-poesie di Fabrizio De André e di tanti altri cantautori hanno accompagnato e nutrito la mia prima giovinezza insieme con le poesie-poesie di  Quasimodo, Montale, Pasolini, Fortini, Luzi, Bertolucci, Sereni, Caproni, Sinisgalli, Zanzotto, per restare in Italia. Né – devo dire – facevamo distinzione, noi giovani, all’epoca, tra i testi dei poeti patentati e quelli dei cantautori, che ci apparivano ugualmente validi sotto il profilo estetico e ugualmente stimolanti sul piano conoscitivo. Talché, il premio a Bob Dylan mi appare, oggi, come un premio alla stagione più ricca – quella degli anni Sessanta e Settanta – della letteratura contemporanea e come un apprezzamento della nostra irripetibile formazione culturale ed umana di sessantottini, innamorati della cultura, della democrazia (e di altre, più tangibili, bellezze).

Fa parte del mio immaginario, ad ogni modo, la poesia di Bob Dylan: quel sogno giovanile, postbellico e antifascista, di un mondo migliore, espresso in forma dubitativo-interrogativa (ma le risposte ai quesiti del poeta «si perdono nel vento»), nel più originale e antiretorico inno di pace, libertà e fratellanza universale (Blowin’ in the wind); l’invito ai padri e alle madri (nonché agli scrittori, ai critici, ai politici e a tutti quelli che dappertutto attraversano la vita) di non opporsi al nuovo «perché i tempi stanno cambiando» (The times they are a changin’); il dramma della solitudine di chi, chiuso nella cerchia dei propri privilegi, ha perso la via dell’amore e va verso il precipizio come «una pietra che rotola» (Like a rolling stone): simboli, immagini, metafore, parole ritmi di inusitata forza espressiva e di assoluta bellezza poetica, che resistono, invero, all’usura del tempo.

 

***

 

Per uno strano gioco del destino, la notizia del premio Nobel a Bob Dylan è giunta contemporaneamente a quella del trapasso sereno, in ospedale, di Dario Fo novantenne, il 13 ottobre 2016. Sicché qualcuno ha voluto associare i due eventi all’insegna di un virtuale passaggio di consegne da un innovatore ad un altro. E qualche scrittore ha evidenziato, con disappunto, la radicale difformità dei due premi Nobel, e del secondo soprattutto, rispetto ai criteri tradizionali del bello letterario, negando che il testo di una canzone possa avere dignità poetica.  Non mancano i passatisti intransigenti che, spalleggiati dai parrucconi della critica e da certi parolai del giornalismo più attardato, si scagliano senza mezzi termini contro i due premi Nobel «irregolari», giungendo all’aperto dileggio di Bob Dylan in particolare. Che dire? Il mondo è bello perché è vario. E non tutti si lasciano scaldare il cuore dalla poesia sotto qualunque forma, a prescindere dall’ideologia, dalle regole e dalle convenzioni.

Il referendum del 4 dicembre: fatti e opinioni

ottobre 3rd, 2016

Dice il saggio: «Se vuoi stimolare un cavallo da corsa, basta un leggero colpo di sprone ai fianchi, ma se vuoi stimolare un bue o un asino, occorre più del tocco di un pungolo acuminato. Allo stesso modo: se una città dorme nell’indifferenza e non vuoi sprecare il fiato [il tempo e la scrittura, nella fattispecie], devi mettere il dito nella piaga, scoprirti, gettare il corpo nella mischia, metterti in gioco». E sia. Magari a discapito del politically correct.

Dico spesso agli allievi, agli amici, ai parenti che sono democratico nei cromosomi, per natura più che per cultura. Aggiungo, a richiesta, che non ho mai avuto simpatia per le destre politiche (pur apprezzando il liberalismo di Croce e il rigore della scrittura di Montanelli), che ho sempre votato “a sinistra” (Moro, il primo Craxi, Berlinguer, Occhetto, Veltroni, Prodi … ), che non sono mai stato comunista, che sono – cerco di essere – cristiano, che ho considerato – e considero – Berlinguer, Sciascia, Moravia, Pasolini, Calvino miei maestri politici: insomma, un bieco cattocomunista, come direbbe quel ricco sfondato che vedeva comunisti dappertutto (anche se i comunisti erano già scomparsi dalla storia).

Con queste prerogative – o per queste prerogative – mi sono trovato spesso in minoranza nel mio ambiente di lavoro e in questa beneamata città che è sempre stata “di destra”: solidarizzavo idealmente con intellettuali democratici americani ostili alla guerra in Vietnam e i più dei messinesi si facevano i fatti loro o si schieravano con i guerrafondai; mi entusiasmavo per Salvator Allende e i più dei messinesi apprezzavano Pinochet o si facevano i fatti loro; “tifavo” Berlinguer e i più dei messinesi  “tifavano” Craxi o Andreotti o Gullotti; stavo dalla parte di Prodi e i più dei messinesi stavano dalla parte di Berlusconi; condividevo le aperture cristiane del cardinale Martini o del poeta cattolico  David M. Turoldo e i più dei messinesi stravedevano per il cattolicesimo curiale del cardinale Ruini e del cardinale Bertone; lottavo per una Università della ricerca e della trasparenza e i più dei messinesi erano per l’Università blasonata dell’apparenza, degli ermellini e dei figli di papà ecc. ecc. Gli stessi amici mi considerano un “bastian contrario” per partito preso, a tal punto che, in questi ultimi tempi, si meravigliano che io non sia diventato grillino, mentre molti di loro -  e quasi tutti gli indifferenti o i destrorsi messinesi d’antan - si sono convertiti al verbo rivoluzionario (in apparenza) delle Cinque Stelle. E io rispetto – sia chiaro –  le loro scelte e il loro diritto di esternarle, ma non rinuncio alle mie.

Non mi sorprenderei, però, ma mi dispiacerebbe davvero molto, se dovessi restare in minoranza anche in occasione del prossimo referendum sulle modifiche della Costituzione. Mi dispiacerebbe perché sarebbe l’ennesima occasione persa dai miei concittadini per crescere e far crescere il paese. Saremmo, purtroppo, alle solite: i messinesi vivacchiano, in maggioranza, nell’indifferenza (il partito del «mi-nni-futtu», prenderebbe sempre un sacco di voti a Messina) e, nei momenti cruciali, sono sempre per la conservazione: basti pensare che Messina fu l’unica provincia siciliana in cui prevalsero i Sì  all’abolizione del divorzio, nel referendum del 1974,  e che nell’altro referendum storico (quello del 1946) i messinesi votarono in stragrande maggioranza per la bolsa  monarchia (la repubblica fu loro regalata, di fatto, dal voto della maggioranza risicata degli italiani). Stavolta è razionalmente plausibile che più della metà non andrà a votare e che, se non interviene un miracolo, stravincerà il No al cambiamento salutare.

Si è che alla maggioranza dei messinesi non interessa il referendum in sé, ma piuttosto la caduta di Renzi e del suo governo. Infatti, tutti i messinesi destrorsi  sono antirenziani o perché sono affascinati da Grillo e dalle sue profezie o perché, storditi dalla propaganda di destra e di sinistra, vedono in Renzi (che non è un miliardario, che non ha problemi con la giustizia, che non si è fatto leggi ad personam), i difetti che non vedevano in Berlusconi. Perciò, seguendo il vecchio capo, si dichiarano, all’improvviso, paladini della Democrazia in astratto e, adottando il linguaggio degli odiati “comunisti” (!), si mostrano preoccupati delle possibili (?) “involuzioni autoritarie” del “regime” (?). Laddove i pochi messinesi sinistrorsi si dividono, masochisticamente, come al solito, in due partiti: pochissimi – quorum ego – stanno con Renzi, per realismo politico; molti (dei pochi) sono antirenziani perché Renzi non sarebbe “di sinistra” e – guarda, guarda – spingerebbe la nostra democrazia verso “soluzioni autoritarie”. Ma non vedono che il loro linguaggio è oramai tanto svuotato di senso da essere sfruttato persino dalla Destra?

Alla fine, nel mio piccolo, la vedo così: la riforma della costituzione, nei termini indicati nel quesito referendario, si auspica, da decenni e decenni, soprattutto dalla Sinistra democritica, migliorista, riformista che dir si voglia, al fine di semplificare l’attività politica, liberandola da presupposti ideologici contingenti (la sacrosanta, salutare presa di distanza, nel 1947, dalla barbarie nazi-fascista appena debellata), e agevolare gli interventi dell’Economia interna ed esterna, che mal sopporta lacci e lacciuoli ideologici appunto. Nulla, peraltro, di ciò che fa l’uomo – imperfetto per natura – è perfetto: tutto è perfettibile. Ora , finalmente, si comincia: i difetti, se ce ne sono, saranno eliminati domani. Le temute involuzioni autoritarie della riforma sono pura propaganda.

Ho seguito ieri il dibattito televisivo tra Renzi e il grande costituzionalista Zagrebelski, i cui interventi leggo, da molti anni, con grande interesse, sulle pagine di «Repubblica». Devo essere sincero al massimo? Io che non sono “di destra” e nemmeno “di centro”, io che non ho privilegi da mantenere, né cadreghini a cui restare attaccato, né figli né parenti da “sistemare”, né carriere politiche da intraprendere (è troppo tardi!), ho dato la vittoria piena a Renzi (oggi vedo che sono in buona compagnia, con Scalfari): Zagrebelski appariva, clamorosamente, la copia stinta del professore universitario perennemente perso dietro le sue astrazioni (presuntivamente scientifiche), nonché il prototipo dell’intellettuale di sinistra che, credendo narcisisticamente di inseguire il meglio, non si accorge di perdere il bene e di fare il gioco delle Destre. E Renzi? Non un gigante, ma un tipico rappresentante della sinistra democratica, riformistica, europea: un intellettuale concreto, intelligente, educato, corretto, immune dai fumi dell’ideologia, desideroso di secondare il corso giusto della storia, innovando là dove occorre innovare per il progresso effettivo della nazione. Con questi chiari di luna, non è poco.

Sia detto con grande rispetto per tutti gli uomini liberi (anche di diverso parere), ma alla faccia dei qualunquisti, dei furbi, dei minchioni, dei parolai, degli ideologi e dei servi di ogni colore. Prosit.

Sambuca, la Sicilia e Pirandello

ottobre 3rd, 2016

Dal belvedere di Sambuca, guardandomi attorno e facendo un giro su me stesso, ho goduto la più alta, ampia, circolare – e tuttavia solida, stabile – visione del mondo che mi sia mai capitato di esperire: un vero miracolo, innescato dalla singolarità-unicità del luogo in cui mi trovavo con i colleghi dell’Associazione “Archimede”: una cittadina araba (già Zabuth) sul declivio di un colle incastonato tra le tre province estreme di Agrigento, Trapani e Palermo. Vigne. Vino. Cantine. Antichi reperti greci. Chiese medievali e palazzi barocchi. Ah! Sicilia.

Ho pensato, per immediato trapasso, a Pirandello, all’agrigentino Luigi Pirandello che potrebbe essere asceso (è il caso di dirlo) sul belvedere di Sambuca, non molto distante, invero, da Agrigento, ancorché io non ne abbia alcun riscontro testuale. E ho creduto di trovare, per fulminea intuizione, una conferma dell’idea che mi sono fatta della sua genialità e della sua modernità assoluta. Tra parentesi: Luigi Pirandello mi è sempre apparso come il primo uomo moderno a maturare, con Nietzsche, una visione circolare, policentrica – non condizionata da visioni unilaterali (siano esse di natura etica, estetica, religiosa, politica) – del mondo: un precursore del Relativismo, dell’Ermeneutica, di Heidegger; un intellettuale innamorato, come i due tedeschi, della naturalità dell’Essere, avverso, come loro, alla modernità della tecnica e incline, per paradossale abbaglio, a dare credito, come Heidegger, a un famigerato dittatore della Destra – Hitler, per il tedesco; Mussolini, per il siciliano – quale difensore (del tutto improbabile, invero) della natura contro la tecnica. Da qui: Canta l’epistola, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Così è (se vi pare), Uno, nessuno e centomila, Il fu Mattia Pascal e i drammi, i romanzi, le novelle e le poesie di un uomo, la cui sicilianità non rende indebito l’orgoglio di essere siciliani.

E intanto passeggiavamo per le vie di Sambuca: i quartieri saraceni con le stradine strette tra due file di case contrapposte, che sembrano fatte per baciarsi; vi crescono talora, aggrappate ai vecchi muri screpolati, fresche piante rampicanti; brilla, là in mezzo, la facciata di una casa tunisina rivestita da mattonelle policrome; poi una chiesa (“matrice”) medievale, appoggiata a una torre normanna, e un palazzo nobiliare di stampo barocco; più giù, una modernissima cantina dove si producono – e si delibano, per l’occasione – vini rinomati: Sirah, Grillo, Nero d’Avola … . Ah! Sicilia.

Mentre degustavo, mi pareva di avvertire, forse per effetto dell’alcool etilico, tutti i colori, gli odori, i sapori della nostra terra, e mi appariva chiara, come non mai, la oggettiva distanza culturale, ambientale, psicologica, linguistica dell’Isola dal “continente”; commisuravo peraltro la sagacia dei siciliani occidentali, che non lasciano un palmo di terra incoltivato, che producono ottimo vino e lo vendono in tutta Italia e in Europa, che sfruttano egregiamente sul piano turistico i loro beni culturali, senza farsi ingannare dalle sirene dell’industrializzazione più o meno selvaggia; pensavo pure ai nostri atavici difetti (alle mafie, al nostro qualunquismo politico) e, per converso, ai perduranti pregiudizi di certi settentrionali nei nostri confronti. Da qui un salto, forse per effetto dell’aumentato tasso di alcool etilico, all’incomprensione assoluta di Benedetto Croce per Luigi Pirandello: non poteva, invero, essere diversamente, dacché il filosofo neoidealista era vittima del suo astratto “teorema estetico” (poesia come «intuizione pura»; «poesia e non-poesia», filosofia, scienza, religione, psicologia, politica, bollate come «allotrie» alla poesia) e l’agrigentino, che dai teoremi di qualsiasi natura rifuggiva come dalla peste, sembrava fatto apposta, per negare il principale assunto “separatista” (nessun contatto tra poesia e filosofia) di quello. Ma il tempo – mi dicevo – è giudice giusto: oggi Pirandello è, all over the world, uno dei più grandi scrittori del Novecento (i suoi drammi si rappresentano, con successo, anche in Lituania e in Sud Africa) e del critico – non dico del filosofo e dello storiografo – Benedetto Croce, che non capì Pirandello ma nemmeno Dante, Leopardi, Manzoni, Pascoli, nessuno sente più il bisogno.

Ma che pensieri circolari (e velocissimi) si fanno a Sambuca! Dovremmo recarcisi tutti almeno una volta l’anno.

Lettera al Rettore Navarra del 23 giugno 2016

giugno 28th, 2016

Messina, 23 giugno 2016

 

 

Caro Navarra,

condividendo l’aforisma del caro Biagio Guarneri («Semel magister, semper magister») e comunque per amore dell’Università e della mia disciplina che non cessa con la cessazione del servizio, avverto il bisogno di darti qualche informazione aggiuntiva sulla strana situazione dell’italianistica messinese, perché tu  possa farne l’uso che riterrai più opportuno nell’imminente scelta dei concorsi “esterni” da bandire.

Avrei voluto parlare direttamente con te, ma mi rendo conto che non hai tempo da dedicarmi, perciò ti scrivo. E non ti nascondo che talvolta la coscienza della complessità messinese e delle mie deboli forze mi spinge a desistere dall’impegno (e a farmi sicilianamente e accademicamente i fatti miei), ma purtroppo prevale sempre, su tutto, la mia naturale inclinazione a spendermi (nonostante le scottature) per contribuire, come posso, al miglioramento dell’ambiente in cui mi è stato dato di vivere e operare: chi nasce tondo non muore quadro.

Ora, discutendo, la settimana scorsa, con i colleghi dell’ADI sull’italianistica in generale e messinese in particolare, ho avuto la conferma che, tra tutti i Dipartimenti di Studi Umanistici d’Italia, solo nel Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne (ex Facoltà di Lettere e Filosofia)  dell’Università di Messina manca un professore associato (o ordinario) di Letteratura Italiana, laddove, paradossalmente, abbondano, per la sbagliata politica baronale del passato, i professori associati e ordinari – cinque! – di Filologia della Letteratura Italiana (L-FIL-LET/13): tanti, in effetti, da poter coprire agevolmente tutte le cattedre di Filologia dell’Italia Centro-Meridionale. Nella nostra Università esistono anche, com’è noto, due professori associati di Letteratura Italiana Contemporanea (F-FIL-LET/11): uno a ex Lettere e uno a ex Magistero, ma non sono nel conto.

Succede, ad ogni modo, che nel Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università di Messina, dal prossimo anno accademico 2016-17 nessuno degli insegnamenti di Letteratura Italiana, materia quant’altre mai “di base” o “caratterizzante”, sarà tenuto da un professore associato o da un professore ordinario di Letteratura Italiana (L-FIL-LET/10) e che, quindi, secondo prassi consolidata, tali insegnamenti saranno coperti dai due ricercatori afferenti a L-FIL-LET/10 (che non hanno conseguito l’abilitazione all’associazione) e – sulla base di una problematica affinità – da professori associati e ordinari di Filologia, magari molto bravi nel loro ambito, per supplenza.

Ed è paradossale che esistano, intanto, in Italia, non pochi professori abilitati all’insegnamento di Letteratura Italiana di prima e seconda fascia, i quali o fanno i camerieri nei ristoranti parigini o insegnano nei licei, dacché gli atenei si chiudono nei recinti “interni” (anche per ragioni economiche) e le abilitazioni conseguite fuori dall’Università diventano virtuali.

Non si tratta, ovviamente, di paragonare né, men che mai, di contrappore Letteratura a Filologia (sarebbe epistemologicamente inaudito), bensì di prendere atto che Letteratura e Filologia sono due discipline diverse, afferenti a settori disciplinari diversi e distinti, come è stato ratificato nei recenti concorsi di abilitazione alla docenza universitaria. Sono storicamente esistiti casi di filologi che si sono anche segnalati nell’ambito della critica letteraria, ma si possono contare sulle dita di una mano (Gianfranco Contini, Cesare Segre, D’Arco Silvio Avalle, Guglielmo Gorni), e nessuno dei filologi nostrani può vantare simili traguardi (tant’è che a uno di loro, che ha tentato, è stata negata l’abilitazione in L-FIL-LET/10) né alcuno di loro ha mai dimostrato di essere l’«intellettuale» esperto di metodologie critiche ed ermeneutiche attorno a cui ruota la formazione letteraria, oggi, nelle scuole e nell’Università, tratteggiato da Luporini in un suo saggio famoso.

Certo, se io avessi un figlio che mostra di avere amore per la letteratura e per l’insegnamento, non gli consiglierei mai di iscriversi all’Università di Messina, opterei quanto meno per la vicina Catania, dove almeno ci sono due ordinari e un associato di Letteratura Italiana. E chissà quanti lo faranno, effettivamente, d’ora in avanti.

Ciò posto, il sottoscritto – da unico messinese, vincitore di un pubblico concorso per professore ordinario di letteratura italiana – spezza una lancia perché tra i prossimi concorsi “esterni” da bandire (il 20% mi pare dei posti dati per assegnazione “interna” più o meno diretta), uno almeno, di prima o di seconda fascia, sia chiamato per Letteratura Italiana (L-FIL-LET/10). La presenza di un associato o di un ordinario di Letteratura Italiana a Messina, impedirà peraltro a “qualcuno”, più o meno protetto, di diventare professore di Letteratura Italiana attraverso un dannoso (per gli studenti) “salto della quaglia”.

Sicuro di aver fatto ancora una volta – scrivendoti – il mio dovere, nell’attesa di un tuo cortese riscontro, ti saluto molto cordialmente.

Giuseppe Rando

Lettera sulla poesia ai colleghi di una giuria messinese

maggio 31st, 2016

Cari colleghi,

solo per propiziare il nostro prossimo incontro (in cui parleremo di poesia e sulle poesie da giudicare), mi permetto d’inviarvi un promemoria personale su cosa non è poesia, che uso (variandolo, magari, con aggiunte o espunzioni, e lasciandolo, comunque, aperto ai suggerimenti dei colleghi) in occasione di concorsi poetici.

Non penso ovviamente a un decalogo negativo, anche perché la poesia non è affatto grammaticalizzabile – semmai è uno dei luoghi eletti della libertà – e perché non ho titoli speciali al riguardo: sono, soltanto, uno dei tanti che amano la poesia e credono nella creatività umana, come prerequisito fondamentale dell’esistenza uti singulus, cioè della formazione della personalità individuale (o soggettivazione che dir si voglia): «Mi esprimo, dunque sono».

Con quest’ultima massima, che ho codificato parodiando il «Cogito ergo sum» di Cartesio, esorto da sempre i miei amici, i miei familiari, i miei allievi a diventare sé stessi, unici e irripetibili, cioè a distinguersi dalla massa, esprimendosi per l’appunto. E cito l’esempio di una nonna normanna che si esprimeva lavorando all’uncinetto e producendo splendidi scialli, ancora ammirati sulle spalle delle nipoti: si è espressa con gli scialli ed esiste ancora (ed esisterà finché durano gli scialli) nel ricordo di tutti come nonna normanna. C’è, dunque, chi si esprime con gli scialli, chi con certi piatti prelibati in cucina, chi con un pallone al piede, chi con le corde di una chitarra, chi con i colori, chi con il marmo, chi con la cinepresa, chi con ogni altro oggetto possibile. E chi con la poesia.

Quanto dire che la poesia è una delle forme possibili della espressione umana: meno quotidiana, sia pure, del lavoro all’uncinetto, ma accomunata a questo e a tutte le altre forme dell’espressione da una tecnica specifica e dall’esercizio di tale tecnica: non si fa poesia con la sola ispirazione (tuttavia indispensabile), bisogna possedere la tecnica appropriata ed esercitarsi a lungo: scrivere, riscrivere, correggere, limare (per nove anni, secondo Orazio, per venti anni come Ariosto o come Manzoni): nessuno si è mai alzato una mattina e ha scritto all’improvviso L’infinito.

E qua smetto, per non scadere nell’ovvio tout court, affidandovi il mio promemoria personale.

 

PROMEMORIA PERSONALE

 

Nessuno sa che cosa sia la poesia. O almeno, nessuno  - da Aristotele a Orazio a Pseudo-Longino a Dante a Tasso ad Alfieri a Leopardi a De Sanctis a Marx a Freud a Pascoli a Croce a Nietzsche ad Heidegger a Pasolini a Jakobson a Segre ecc. – ne ha dato una definizione definitiva ed accettata da tutti.

Molti tuttavia concordano su cosa non è poesia.

E non sono pochi, ad ogni modo, i sintomi di ciò che non si può definire poesia. Ne elenchiamo dieci:

  1. la retorica dei buoni sentimenti, dei valori strombazzati, delle virtù (sociali, politiche, religiose ecc.) enfatizzate, degli insegnamenti gratuiti, delle condanne aprioristiche; delle amenità di tutti i tipi e, in ispecie, di quelle naturalistico-campestri (arcadiche);
  2. le facili rimerie del tipo cuore-amore;
  3. l’assenza di musicalità nei versi;
  4. l’assenza, per ignoranza, dell’enjambement;
  5. la povertà lessicale;
  6. le astruserie lessicali e/o concettuali, esibite come metalinguaggio poetico;
  7. l’ignoranza della metrica, della retorica, della stilistica e, ovviamente, della grammatica (e della lingua);
  8. la non conoscenza dei classici;
  9. la non conoscenza dei poeti contemporanei;
  10. il déja vu

    Il catalogo può essere accorciato o ampliato con le aggiunte di tutti coloro che amano la poesia.

    E si può azzardare l’ennesima definizione (minimalistica) di poesia: «rappresentazione sintetica, simbolica e musicale del mondo esteriore e/o interiore, per mezzo di versi scritti»; oppure «poesia è dire in versi, col minor numero possibile di parole, il maggior numero possibile di cose non dette e/o indicibili, sfruttando la dimensione simbolica, ma soprattutto ritmica, musicale della lingua».

 

 

Scettici, cinici e apocalittici

maggio 24th, 2016

In tre diversi frangenti, occorsimi alcuni giorni fa, ho avuto modo di riconoscere la fondatezza del giudizio di quanti – messinesi e no – parlano di scetticismo dei miei concittadini. Al riguardo esistono, in città, due scuole di pensiero: c’è chi lega tale scetticismo al sottosviluppo meridionale e c’è chi lo spiega in termini … genetici, considerandolo come un lascito (pervenutoci per via cromosomica) dei coloni greci che abitarono la città dello Stretto nella notte dei tempi. La seconda tesi – sia detto en passant – non sarebbe dispiaciuta a Pirandello.

Come che sia, io non avrei dubbi sullo scetticismo messinese, che potrebbe costituire una vera e propria categoria dello spirito nostrano: le tre diverse occasioni, di cui sopra, lo comprovano, invero, a sufficienza. Vediamo.

Nel primo caso, discutevo con alcuni amici sugli effetti disastrosi della crisi a Messina, ma, ricordando il lungimirante progetto di due illustri colleghi sulla futura citta metropolitana e due recenti articoli di due valenti giornalisti della «Gazzetta» sui freni imposti allo sviluppo economico della città e sul malcostume politico-mafioso imperante, notavo, con piacere, che qualcosa sta cambiando «in Danimarca»: «chiaramente dalla parte del cittadino e della verità» – chiosavo – «senza reticenze e senza mistificazioni».

Apriti cielo. Non che – si badi – la mia “scientifica” notazione venisse contestata da sinistra o da destra. Si negava, invece, letteralmente il caso, cioè mi si prendeva per visionario: «Macché; ma che dici, che cosa hai letto; nessun cambiamento; tu sei ingenuo; tu sei idealista; hai visto quello che non c’è; è tutto uguale; se ne parla un giorno e domani si dimentica tutto; è tutto uguale, sempre». Ultrascettici, dunque.

Il secondo evento è ancora più singolare: ero intervenuto alla presentazione di un bel volume collettaneo dedicato a una mia valorosa collega in quiescenza da colleghi e amici (quorum ego), rilevando che c’è anche, a Messina, una Università «senza fanfare» e «senza patacche»: una Università «che lavora in silenzio, sul serio; che fa ricerca; che produce cultura e avanzamento sociale».

Ebbene, la stessa sera, un collega (che ho incontrato in pizzeria) ha tenuto a dirmi, «amichevolmente»: «Ti illudi; credimi, da amico: sei più ingenuo che ottimista; forse accentui il valore di un libro e di una cerimonia peraltro rituale. A Messina, il più pulito ha la rogna». «Forse», ho chiosato. Ma Eco, questo amico, lo avrebbe definito decisamente  apocalittico (e inconcludente).

Certo, sono pochi sintomi, ma bastano, forse, per convincersi che il messinese «dubita di tutto, […] non crede in niente». Che è la definizione di «scettico» nel Dizionario della lingua italiana, voll. 4, di Sabatini-Coletti, uno dei più completi, invero.

Ma la terza occasione non è meno eloquente. Avevo fatto una scoperta dolorosa: uno studioso serio, un filologo messinese noto in Italia e non solo in Italia per i suoi alti meriti scientifici aveva acquisito l’abilitazione a professore associato nell’Università, ma restava a insegnare al Liceo, senza prospettiva alcuna di trasmettere scienza e conoscenza agli studenti di Lettere. Perciò, da professore che crede nell’Università del merito e della trasparenza, avevo denunciato il fatto – era più un grido di dolore – sul mio blog (www. giusepperando.it), inviando poi lo scritterello ad alcuni colleghi ed amici, per posta elettronica.

Ebbene, uno dei colleghi (tra i più attivi sul piano della ricerca scientifica, peraltro) mi ha risposto osservando, con nonchalance, che «produciamo più studiosi di quelli che possiamo utilizzare». E un altro ha chiosato, cinicamente, senza piegare ciglio: «Meno male che ha il posto al Liceo, c’è chi fa il lavapiatti in un ristorante, a Parigi».

Il che avrebbe un senso – debbo dire – se non ci fossero, nell’Università, ad occupare cattedre e insegnamenti (anche fondamentali), figli di papà non altrimenti famosi e pataccari (o pataccare) di tutti i tipi.

Hanno dimenticato che esiste anche l’indignazione, i messinesi. Forse credono «di vivere nel migliore dei mondi possibili», sulla scorta di Leibniz  e come Pangloss. Né sanno più vedere, se mai le hanno viste, le lacrimae rerum. Scettici, cinici, apocalittici e alienati, dunque, gli attuali abitanti della città dello Stretto?

Se così fosse, si spiegherebbero tante cose strane che capitano da queste parti, dove, se succede qualcosa di negativo, è per caso; se succede qualcosa di positivo, non è vero; e se qualcuno denuncia uno scandalo grande quanto una casa, o è un ingenuo o mira a qualcos’altro. E gli intellettuali (professori dell’università e no) tacciano o scrivono d’altro. Bella e sfortunata città.

Consiglio finale ai pochi ma buoni che ci sono, certamente, anche sotto questo cielo: non lasciamoci condizionare dallo scetticismo dilagante, né dal cinismo disarmante: apriamo gli occhi, sveliamo la frode (dove s’annida). E soprattutto: non parliamo d’altro.